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Quello di Giovanni Leo è un percorso difficile da racchiudere in una sola definizione. Autore, producer, sound designer e docente, negli anni ha attraversato ambiti diversi, dal rock alla produzione musicale, fino al cinema, sviluppando una visione del suono che supera i confini tra le discipline senza mai confonderne i linguaggi. È proprio questa esperienza trasversale a costituire il cuore di Giornate a Righe, il disco realizzato insieme a Ilario Ferrari, in cui ogni elemento sonoro è pensato come parte di una narrazione più ampia.

L’album non nasce per rincorrere un genere, ma per costruire un’identità precisa. Pianoforte, archi, elettronica, suoni ambientali e scrittura d’autore convivono all’interno di un equilibrio studiato con attenzione, dove anche il dettaglio apparentemente più marginale contribuisce a definire il significato complessivo dell’opera. Un approccio che risente inevitabilmente del lavoro di Leo nel sound design cinematografico, ma che trova nella collaborazione con Ferrari un interlocutore capace di mettere continuamente in discussione idee, intuizioni e soluzioni compositive.

In un panorama musicale dominato dalla velocità e dalla frammentazione dell’ascolto, Giornate a Righe sceglie invece una strada diversa. Le nove tracce sono pensate come parti di un unico racconto, da affrontare senza interruzioni, lasciando emergere connessioni, rimandi e sfumature che rischierebbero di andare perdute in una fruizione distratta. È una scelta che non vuole essere nostalgica, ma che invita a ristabilire un rapporto più consapevole con la musica e con il tempo necessario per assimilarla.

In questa intervista Giovanni Leo riflette sul dialogo tra musica e cinema, sul valore del confronto creativo con Ilario Ferrari, sull’importanza della leggerezza nella scrittura e su una concezione dell’ascolto che privilegia la profondità rispetto all’immediatezza. Guardando al futuro, anticipa anche di avere già iniziato a immaginare il prossimo capitolo del suo percorso artistico, idealmente collegato a Giornate a Righe, ma pronto a esplorare nuovi linguaggi e nuove direzioni.

1) Prima di questo debutto hai attraversato esperienze nel rock, nella produzione musicale e nel sound design cinematografico. In che modo tutte queste anime convivono nel disco?

Più o meno volontariamente queste anime convivono perché sono il carburante che alimenta e porta avanti tutto ciò che faccio e nel caso del disco ci sono entrate tutte. Chiaramente è importante non fare confusione tra generi e ruoli differenti, evitando di essere “over acting” o fuori luogo, ma ogni esperienza diventa preziosa nella costruzione di un sound. Lo stesso mi accade quando curo il suono di un film: ho un approccio che deve tantissimo al mio background musicale e che riesce a dare un valore aggiunto all’immagine.

Tuttavia, il sound design applicato alla musica è una cosa diversa da quello del cinema. Walter Murch non lavora come Alan Parsons, parliamo di codici differenti. Il vero vantaggio sta nella conoscenza e nel consolidamento di certe tecniche e di certi strumenti, per poi farne ciò che vuoi. Lì inizia la sfida vera: chiedersi sempre il “perché” quando si inseriscono nuovi elementi sonori. Ogni suono porta significati precisi e soprattutto va a costituire un nuovo equilibrio, non puoi buttare ingredienti a caso nella pentola. Giornate a Righe si nutre di una veste sonora complessa un cui una serie di “effetti speciali”, per dirla col cinema, lavorano insieme alle armonie classiche musicali. Se ascolti un pezzo come AIKO, puoi capire questo meccanismo.

2. L’album sembra invitare ad ascoltare con calma, contro la frenesia contemporanea. È anche una presa di posizione rispetto al modo in cui oggi consumiamo la musica?

Il disco non è nato con questa intenzione politica a tavolino, porsi così è stato un fatto spontaneo e forse un po’ da incoscienti. Oggi però, a lavoro finito, se devo dirti la verità sì: diventa una presa di posizione.

Mi viene in mente il sociologo Hartmut Rosa quando teorizza l’accelerazione sociale come problema della modernità e la risonanza come soluzione. In pratica, dice che spesso siamo costretti a correre e produrre sempre di più non per progredire, ma solo per mantenere la nostra posizione attuale e non rischiare la “retrocessione”. Il risultato è l’alienazione, il sentirsi scollegati da ciò che facciamo.

La risonanza è il contrario dell’alienazione: è una connessione profonda con qualcosa o qualcuno. Questo disco rappresenta proprio il concetto di risonanza, connettersi profondamente con qualcosa. Essendo stato scritto riga per riga, senza fretta, Giornate a Righe va ascoltato senza fretta. Il mio invito è quello di connettersi profondamente con la musica, magari posando il cellulare e ascoltandolo su un impianto decente o con un buon paio di cuffie.

3. Quanto è stato importante poter contare sulla sensibilità musicale di Ilario Ferrari per dare forma definitiva ai brani?

È stato fondamentale. Quando lavoro con qualcuno non cerco persone che mi assecondino o mi compiacciano, ma conto moltissimo sulla sensibilità e sulla visione dell’altro. Costruire un mondo musicale e testuale insieme a Ilario è stato un modo per mettere costantemente in gioco le mie idee, mostrandomi disposto al cambiamento e alla sintesi. Il pericolo di non confrontarsi mai con nessuno è quello di scrivere sempre la stessa canzone o fare sempre lo stesso film, un limite che purtroppo si vede spesso in giro.

4. Ci sono stati momenti di confronto o di disaccordo durante la lavorazione del disco? Come li avete trasformati in valore creativo?

I momenti di disaccordo e il confronto su posizioni diverse sono fisiologici. Fanno parte del gioco e sono il segno tangibile che una collaborazione è sana e viva. Quando alla base ci sono intesa e disponibilità profonda ad ascoltarsi, il risultato arriva sempre. Il segreto, molto banalmente, è stato quello di appoggiarsi di volta in volta alle idee che in quel momento si dimostravano più forti, lasciando spazio alla sperimentazione e provando più strade possibili.

5. Le canzoni affrontano temi quotidiani senza rinunciare alla leggerezza. È questo il modo che preferisci per raccontare la realtà?

La leggerezza mi ha sempre affascinato e mi piacerebbe averne sempre a disposizione. Nelle sue Lezioni Americane, Italo Calvino spiega che la leggerezza non è superficialità, ma una reazione al peso del mondo: una sottrazione di peso che permette di guardare la realtà da un’altra prospettiva. Per illustrare questo concetto evoca il salto agile del poeta Guido Cavalcanti nel Decameron, capace di sollevarsi di scatto sopra le pesanti tombe di marmo per riconquistare la propria libertà intellettuale.

Senza scomodare un gigante della letteratura, la leggerezza è stata la chiave emotiva e stilistica di questo disco, perché proprio quell’assenza di peso ci permette di guardare le cose dalla distanza giusta per capirle. Questa operazione mi fa pensare anche a un album come Senza peso dei Marlene Kuntz, dove il legame con Calvino è diretto e consapevole. Cristiano Godano è un grande stimatore delle Lezioni Americane e, avendo frequentato anni fa un suo intenso corso di scrittura creativa, posso dire che sia Calvino che Godano mi hanno inconsapevolmente incoraggiato a cercare questa levità nella mia scrittura.

6. Dopo l’uscita di “Giornate a Righe”, quali sono i prossimi obiettivi del tuo percorso artistico?

Ti risponderei auto-citandomi dal mio brano Orizzonti Medi: «Fare breccia nel cinema d’autore, verso nuove dimensioni, quelle di Malone» (dove per Malone intendevo ironicamente il pornodivo Robert!). Ma non aspiro a tanto.

I miei obiettivi reali sono continuare a esplorare l’universo sonoro del cinema come sound designer, produrre altri musicisti quando si presenterà l’occasione e, ovviamente, «scrivere righe, buttare per aria matite, cercare lo stile». Il fatto è che ho già praticamente scritto l’intera tracklist del prossimo album. Per certi aspetti potrebbe essere un sequel di Giornate a Righe, proiettato in tempi diversi e linguaggi differenti. Immagina alcuni temi che viaggiano nel tempo, mutando pelle per adattarsi a un nuovo presente. C’è una specie di traccia sotterranea che collega tutto: hai presente quella libertà transizionale tipica dei Radiohead? Una roba del genere ed è la cosa più bella, anche perché è venuta da sé, senza un’intenzione precisa iniziale.