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Il nuovo progetto di GattoToro nasce da una necessità profonda, personale, quasi fisica: scrivere per salvarsi, per darsi una voce quando il silenzio pesa troppo. Tra sarcasmo e sincerità disarmante, il suo universo musicale si muove sul confine fragile tra amore, disincanto e autoironia, raccontando relazioni che non funzionano, sentimenti che non si riconoscono e quella strana malinconia adulta che arriva quando capisci che crescere è anche accettare di non avere risposte semplici.

Con un titolo che è già dichiarazione poetica e disillusa — “Quanti amori che ho, nessuno che capisca un accidente” — GattoToro trasforma la confusione sentimentale, le notti sui divani e il bisogno di palco in un racconto musicale intimo e autentico. Un progetto che non rincorre pose, ma verità: quelle che fanno sorridere mentre fanno male.


Intervista

Il disco si intitola “Quanti amori che ho, nessuno che capisca un accidente”. Qual è l’amore che ti ha insegnato di più — anche se non ha capito niente?
Il mio primo vero amore in realtà ha capito tutto, e io non abbastanza. Tutti gli amori dopo non hanno capito che non erano veri amori, e io neppure. Menzione speciale per gli amori che non hanno capito di essere amori.

Tra sarcasmo e romanticismo: ti capita più spesso di ridere o di prenderti sul serio quando scrivi?
Io mi prendo super sul serio, ma poi tutti ridono. Tocca farsene una ragione.

GattoToro nasce dopo una fase di stop, di notti e divani. Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che questo progetto doveva esistere?
Scrivo canzoni da quando ho 13 anni e l’unico grande motivo è sempre stato: voglio qualcosa da cantare ai concerti perché sto bene solo quando sono sul palco. A questo giro per la prima volta mi è successo quello di cui sento parlare da una vita: scrivevo perché avevo bisogno di mettere delle cose in una canzone per me stesso. Mi ha fatto strano, come fanno strano tutte le prime volte da adulto, e ho pensato valesse la pena continuare.

Se dovessi descrivere il disco con una sola immagine, un fotogramma da film, quale sarebbe?
La scena finale di Juno quando Elliot Page e Michael Cera cantano “Anyone else but you”.