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Sono due i nuovi singoli che troviamo anche in rete ma soprattutto dentro un 45 giri da mettere su piatto: sono “La città ideale” e “Il vecchio e il mare”, titolo che richiama il celebre romanzo di Hemingway. Dirlinger, il cantastorie marchignolo torna in scena dopo un esordio con “cOntastorie” e dopo un lungo tour che gli ha regalato una semina interiore e preziosa da cui non si può prescindere… eccolo il risultato. Una scrittura che torna “a casa”, densa di intimismi e di sintesi. Acustico, di pochissime soluzioni, ce lo immaginiamo in presa diretta nel suo studio casalingo. Come dicono molti: una personale “Nebraska”…

Un 45 giri anche fisico… in vinile… questa scelta perché?

Perché rappresenta ancora di più quanto questi due pezzi usciti insieme non siano solo un richiamo per rompere il silenzio eccessivamente lungo tra le mie pubblicazioni (soprattutto per quelli che sono i ritmi degli indipendenti oggi), ma sono un piccolo episodio spartiacque autoconclusivo. Stanno lì, a salutare gli aficionados dell’ultimo album e quelli con cui sono cresciuto insieme e a rassicurarli che sono qui, che sono contento di come stanno andando le cose e che per cercare di alzare l’asticella qualitativa c’è bisogno anche di rallentare e di scavarsi dentro, prima di uscire fuori.

Bella la copertina: questo dualismo tra abbandono all’infinito e il riparo sicuro di una casa. Sono contrasti fortissimi. Che equilibrio c’è, dove… come?

Forse hanno in comune che, pur essendo apparentemente agli opposti, sono due spazi definiti – quello dell’infinito del mare e quello circoscritto della città ideale – che non hanno bisogno di annullare chi ci sta all’interno. Credo dovrebbe essere qualcosa di simile anche l’Amore, non inteso solo come amore romantico ma anche come “simpatia” tra le cose che esistono, prendendo proprio il significato originario ed etimologico del termine.

In questo passaggio verso un suono più intimo, lo-fi, hai sentito il bisogno di spogliare via tutto per restare solo con l’essenziale?

Sì. I pezzi si sono andati a “scarnificare”, in linea con una nuova tendenza già inaugurata con “cOntastorie”, l’album precedente. La sfida credo che sarà quella di rendere sempre di più l’autenticità del gusto di suonare e costruire canzoni senza venire meno alle “carezze” della forma-canzone pop, con tutte le sfumature di genere che si può permettere.

E per te dunque cos’è il rifugio?

Un luogo semplice, onesto, con confini auto-determinati ma con larghi orizzonti, dove le critiche sono sincere e non urlate, utili a migliorarsi. Luoghi che accolgono ma che chiedono attenzioni.

Dunque sta iniziando una nuova fase? Da quale urgenza viene mossa? Sarà così il nuovo disco?

Forse nel breve tempo si vedrà l’onda lunga di una fase intrapresa già dall’album. Nel nuovo disco ci sono le sonorità acustiche e viscose ma ci sarà anche l’ingresso di altre che, stando a quanto fatto finora, potrebbero lasciare interdetti. Ma mi sembra tutto utile e funzionale a raccontare l’Uomo, le sue esperienze, i suoi credi e le sue contraddizioni.

Dal vivo… ora sei completamente te stesso e senza orpelli di estetica o sbaglio?

Se la “berretta” di lana e gli occhiali di lana possono essere definiti orpelli estetici, diciamo che mi sembra che mi stia un po’ normalizzando! E la cosa bella è che non mi pare ne esca impoverita la musica, che anzi attira più attenzione rispetto a un certo linguaggio corporeo e vestiario. Questo però è anche grazie a tante belle persone che incontro sul mio percorso musicale e umano: ci sono tante persone che, come me, sono stanchi dei personaggi per una stagione ma vogliono persone che condividano pareri e storie, e la musica è uno dei più antichi social network che l’uomo conosca per farlo, con la differenza che, quando si parla di musica, si parla di una forma espressiva dotata di una componente intangibile così bella, così espressiva e inspiegabile, proprio per la sua inafferrabilità.