In un tempo in cui l’immagine sembra contare più della sostanza, Belli/e arriva come una presa di parola gentile ma necessaria. Il nuovo singolo di Diletta Fosso racconta l’urgenza di guardarsi senza filtri, di riconoscersi anche nelle imperfezioni e di non confondere un selfie ritoccato con il proprio valore. Presentato sul palco centrale del MEI, Belli/e è una canzone che parla soprattutto ai più giovani, ma che riesce a toccare corde trasversali, grazie a una scrittura sincera, ironica e profondamente umana. In questa intervista, Diletta racconta l’origine del brano, il ruolo centrale del suo violoncello Alfred e la responsabilità – bella e condivisa – di portare un messaggio così diretto davanti a un pubblico ampio.
Intervista a Diletta Fosso
“Belli/e” parla di bellezza oltre i filtri: quando hai iniziato a sentire il bisogno di raccontare questo tema e quanto nasce da esperienze personali vissute sulla tua pelle?
È un bisogno che è cresciuto in me quando mi sono accorta di quanto siano importanti i filtri per certe persone. Alcune mie amiche si sentivano “sbagliate” solo perché non assomigliavano al loro selfie ritoccato e lì mi si è acceso l’allarme. Belli/e nasce proprio dalle insicurezze, dai confronti e anche da qualche ferita che conosco bene, ma che guarirà solo quando impareremo ad alzare lo sguardo dal cellulare.
Nel brano c’è ironia ma anche molta delicatezza: come trovi l’equilibrio tra il dire cose importanti e il non risultare mai giudicante o didascalica?
Parto da quello che vivo io, ci scherzo un po’ sopra per alleggerire, ma sotto sotto cerco il cuore, il mio e delle persone. Nei filtri e nei like ci casco anch’io: provo solo a mettere una lente diversa, che ti faccia dire “ok, siamo tutti in questo casino, proviamo a volerci bene comunque”.
La tua musica unisce voce, parole e violoncello in modo molto riconoscibile: quanto il suono di Alfred è parte del messaggio di Belli/e e non solo del suo arrangiamento?
Per me Alfred non è mai un accessorio, ma un pezzo del messaggio. In Belli/e il violoncello entra dove le parole da sole non bastano, porta il cuore, la profondità e qualcosa di solido dentro un mondo super fragile. In mezzo a gloss, outfit e selfie, quel suono caldo e viscerale mi ricorda che siamo fatti d’anima.
“Belli/e” è stato presentato sul palco centrale del MEI: che responsabilità senti quando una canzone così giovane e diretta arriva a un pubblico così ampio e trasversale?
Sento una responsabilità grande, ma bella. Sapere che una canzone nata in camera mia, tra occhiaie e quaderni scarabocchiati, arriva su un palco come il MEI mi fa venire voglia di pesare ogni parola, senza però perdere la spontaneità. Quando vedo in platea sia ragazzi che persone molto più grandi che si riconoscono nel ritornello, capisco che il tema non è solo “roba da teen”: e questo mi spinge a continuare a parlare chiaro, ma sempre con rispetto e poesia.


