Nonostante tutto è un disco che non ha fretta di colpire, ma che pretende ascolto. È il primo album dei Dellai e si sente che arriva dopo un percorso lungo, fatto di singoli, tentativi, ripensamenti e soprattutto di una scrittura che nel tempo si è fatta più consapevole di sé. Luca e Matteo Dellai scelgono di non mascherare la fragilità, anzi la mettono al centro, costruendo un lavoro che vive di equilibrio continuo tra caduta e resistenza, tra disincanto e necessità di restare, appunto, nonostante tutto.
Il disco si muove dentro un pop cantautorale che rifiuta le scorciatoie: niente effetti facili, niente ritornelli pensati solo per funzionare. Qui la forma serve il contenuto, e il contenuto è spesso scomodo, emotivamente esposto. I testi parlano di relazioni che si sfaldano, di assenze, di promesse che non reggono alla prova del tempo, ma lo fanno senza mai scivolare nel vittimismo. C’è una lucidità costante, quasi una volontà di guardare il dolore da una certa distanza per capirlo, metabolizzarlo, trasformarlo in qualcosa che possa restare.
La title track Nonostante tutto è emblematica proprio per questo: non è un inno alla speranza a tutti i costi, ma una presa di posizione. Restare non perché va tutto bene, ma perché si è scelto di attraversare anche ciò che non funziona. Attorno a questo nucleo ruotano canzoni che alternano intimità e apertura melodica, come Amore Goodbye, che racconta una fine con un tono sospeso, mai definitivo, o Sudamericana, che porta una luce più calda senza perdere profondità. Anche nei momenti più immediati, i Dellai non rinunciano mai a una scrittura attenta, che preferisce suggerire piuttosto che spiegare.
Dal punto di vista sonoro, il disco è essenziale ma tutt’altro che povero. Gli arrangiamenti sono misurati, puliti, costruiti per accompagnare le parole senza sovrastarle. La produzione sceglie la chiarezza e la sottrazione, lasciando spazio alla voce e al racconto, e questo contribuisce a dare all’album una coerenza forte, quasi narrativa. Nonostante tutto si ascolta come un flusso unico, più che come una semplice raccolta di brani, e questa è una delle sue qualità principali.
Ciò che colpisce davvero, però, è la sensazione che questo disco non cerchi di piacere a tutti. È un lavoro che accetta il rischio di essere attraversato lentamente, di non concedersi subito, di chiedere attenzione. In un panorama pop spesso ossessionato dalla velocità e dall’impatto immediato, i Dellai scelgono la durata, la sedimentazione, la possibilità che le canzoni crescano con chi le ascolta.
Nonostante tutto non è un disco che promette soluzioni, ma uno che fa compagnia mentre le domande restano aperte. Ed è proprio in questa onestà, in questa mancanza di pose, che i Dellai trovano la loro voce più credibile e necessaria.


