Con “Stelle di plastica”, Cristina Bonan torna a raccontare la fragilità con una sincerità rara nella nuova scena pop indipendente. Il suo quarto singolo è un piccolo manifesto emotivo: una ballad che parla di ricordi che brillano ancora, anche quando sono “finti”, incrinati, sospesi dopo la fine di una relazione. Una scrittura giovane ma già riconoscibile, capace di trasformare immagini quotidiane in metafore luminose.
Nel panorama indipendente Cristina si muove con naturalezza, portando in primo piano sincerità, vulnerabilità e un bisogno autentico di condivisione. Le sue influenze – da Cremonini a Ultimo, passando per Fulminacci e Alfa – convivono con una penna personale che cerca sempre la parola giusta per restituire emozioni che appartengono a tutti.
In questa intervista per il MEI, Cristina apre il cassetto delle sue storie, spiega come nascono le sue immagini poetiche e racconta il passo che sogna di compiere dopo questo nuovo singolo: il primo EP e, un giorno, l’apertura di un grande concerto. Una crescita costante, sincera, che conferma la sua voce come una delle più promettenti del nuovo pop d’autore.
“Stelle di plastica” è un brano intimo e fragile: quanto senti di appartenere alla scena indipendente e cosa significa per te portare un racconto così personale?
Solitamente quando scrivo, cerco sempre di portare qualcosa di mio, una storia vissuta in prima persona o una storia che mi viene raccontata.
In ogni caso tutto parte sempre da qualcosa di personale, che tramite la scrittura cerco di rendere più semplice e di trovare le parole giuste per trasmetterlo al meglio al pubblico. Dal mio punto di vista ciò che conta di più per avere il proprio “posto” nella scena indipendente è proprio essere se stessi, portare la propria unicità e il proprio vissuto.
Nel pezzo emergono sincerità e vulnerabilità. Quanto è importante, oggi, un pop che non ha paura di mostrarsi fragile?
Credo che la cosa più importante per un cantautore sia non avere paura di mettersi a nudo, riuscire ad avere il coraggio di trasmettere tutto se stesso senza filtri. Il pop di oggi ha bisogno di fragilità e di semplicità, quelle sensazioni che viviamo sempre tutti, ma che sono allo stesso tempo le più difficile da raccontare. L’obiettivo è sempre quello di far immedesimare il pubblico in quello che ascolta, senza forzature.
La metafora delle “stelle di plastica” comunica disillusione ma anche affetto: come nascono le tue immagini poetiche?
Le immagini poetiche nascono sempre per caso, ed è molto bello per me riuscire a rappresentare con un oggetto “concreto” una sensazione o un’emozione che voglio trasmettere. Questa volta ho voluto utilizzare l’immagine delle stelle di plastica perché rappresentano qualcosa di fragile, ma anche di finto, come quei ricordi e quelle sensazioni che dopo la fine di una relazione rimangono a fluttuare nella nostra testa, ma che nella realtà non ci sono più.
La tua scrittura è giovane ma già molto definita: quali cantautori indipendenti senti più affini al tuo modo di raccontare?
Quando scrivo, mi ispiro molto a Cesare Cremonini, Ultimo, Fulminacci e Alfa. Sono cantautori con stili musicali diversi, ognuno riesce a trasmettere il proprio vissuto sempre in modo veramente interessante. Grazie ai loro diversi stili di scrittura, sono riuscita a imparare moltissimo per costruire poi il mio modo di comunicare.
Qual è il passo successivo che sogni di compiere nella scena italiana?
Con “Stelle di plastica” sono arrivata al mio quarto singolo, il prossimo obiettivo sarà quello di realizzare un primo mini-EP e ho già dei pezzi nel cassetto che non vedo l’ora di far ascoltare al pubblico. Per quanto riguarda invece il lungo termine, uno dei miei sogni sarebbe quello di aprire un concerto di uno degli artisti citati prima, e per me sarebbe veramente un grandissimo traguardo.


