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C’è chi scrive canzoni per esigenza espressiva e chi, come AlCe, trasforma la musica in un vero strumento di ricerca interiore. Con I 22 Canti Arcani l’artista costruisce un percorso che intreccia tarocchi, culture del mondo, spiritualità e suono, dando vita a un progetto che va oltre il formato discografico tradizionale. Un viaggio simbolico e umano che parte dalla vibrazione per arrivare alla consapevolezza. Ne abbiamo parlato con lui per entrare nella visione che anima l’opera.


Intervista

La tua musica sembra nascere più da una ricerca che da un’urgenza discografica. Quando hai capito che per te scrivere significava anche esplorare te stesso e il mondo?

Nello yoga esiste la pratica dei vocalizzi e dei mantra. Non sono semplici emissioni di note, ma collegamenti con dimensioni enormi dell’essere e della vita, basti pensare che ogni cosa in terra e nell’universo risponde a leggi di vibrazione e frequenza, Einstein insegna. In questo contesto, scrivere diventa ricerca, collegamento e testimonianza: un piccolo coro unito a quello di tanti altri miliardi.


I 22 Canti Arcani è un progetto che unisce simboli, culture e suono. Cosa ti ha spinto a usare i Tarocchi come chiave narrativa musicale?

Sono da circa trenta anni che pratico ed insegno l’arte dello Yoga e del Tarot in chiave psicologica e di cammino di autoconoscenza. La musica del mondo o di un genere specifico ha in se caratteristiche dettagliate che rimandano ad altri simboli, altri riferimenti che entrano in risonanza gli uni con gli altri, così com’è successo con il Mago, elemento terra da cui tutto trae origine, come l’Africa, il continente primordiale. Il Mago che è raffigurato con davanti a se il tavolo con i quattro elementi, per esempio, in questa occasione potrebbe essere benissimo un percussionista di suoni e timbri che meglio rappresentano l’elemento forte e deciso della terra.


Nel primo Arcano, il Mago, affronti temi complessi come colonialismo, ambivalenza e resilienza. Quanto è importante per te che la musica non semplifichi la realtà?

Per me la musica né semplifica né complica, è una visione da parte dell’artista che ha la sua formazione e la sua esperienza. Risuoni con i suoi messaggi? Allora forse vedi qualcosa che prima non c’era, in qualche modo ti “allarga la visione e la vita” fino a migliorartela; non ti risuona? Allora forse non è il tuo artista, genere o testo preferito, o sei al momento semplicemente lontano da quella dimensione. Affrontare la realtà spesso è pesante, ma non c’e’ altra strada se non quella di mettere la testa sotto la sabbia come fa lo struzzo, e la maggioranza della musica odierna purtroppo fa questo.


Hai scelto Mirlo come piattaforma di distribuzione. È solo una scelta pratica o anche una presa di posizione etica sul modo di fare musica oggi?

Scegliere di vivere in modo più ecologico ed etico possibile non è praticità: è impegno, coerenza con pochi sconti. Però il piacere che hai con te stesso è impagabile. Purtroppo con il mercato musicale siamo arrivati all’assurdo: una piattaforma come Spotify ha un amministratore delegato che ha speso milioni di euro in una startup che produce strumentazioni per la guerra. Che facciamo, gli diamo anche i nostri soldi? Direi di no. Mirlo è una cooperativa open source, nata da un gruppo di persone licenziate da Bandcamp. Attualmente sono fiero di collaborarci e promuoverla, poi vedremo se resteranno coerenti a questi valori e questa missione. Credo e spero tanto di si.