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Psicologo clinico, artista, ricercatore: Adriano Formoso è un pioniere che ha fatto della musica non solo uno strumento espressivo, ma un metodo terapeutico riconosciuto, capace di generare reale benessere emotivo. Con il suo approccio unico, la Neuropsicofonia, ha unito l’esperienza clinica alle potenzialità delle onde sonore, creando un dialogo tra mente, corpo e canzoni. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il percorso che lo ha portato a trasformare la musica in una forma di cura, tra laboratori, palchi e nuove visioni per il futuro.


L’intervista

Come è nata l’idea di coniugare neuroscienze e musica in un metodo terapeutico, e quali risultati concreti hai riscontrato nei partecipanti alle tue sessioni di “canzoneterapia”?
L’idea è nata da un ascolto profondo. Prima ancora che razionale, è stato emotivo e viscerale. Da ragazzo, già nel carcere minorile Beccaria, intuivo che la musica aveva il potere di sciogliere nodi invisibili, di aprire porte interiori che le parole, da sole, non bastavano a scardinare.
Poi sono arrivati gli studi in psicologia, la formazione psicoanalitica, la ricerca neuroscientifica, e quel sentire si è fatto metodo. È nata così la Neuropsicofonia, e con essa la Canzoneterapia, un ponte tra arte e scienza.
La musica non è solo colonna sonora: è stimolo neurologico, attivatore emotivo, linguaggio archetipico. Ogni canzone, se guidata con metodo, può diventare uno specchio in cui il paziente si riflette e un veicolo attraverso cui trasformarsi.
Usiamo frequenze a 432 Hz, strutture melodiche e testi che risuonano col vissuto personale e collettivo.
I risultati? Commoventi. Persone affette da ansia, depressione, o che faticavano a verbalizzare i propri vissuti, sono riuscite a sbloccare emozioni congelate. Alcuni pazienti hanno detto: “non riuscivo a piangere da anni, ma questa canzone mi ha fatto sentire vivo”. Altri hanno trovato nella musica la forza per uscire da relazioni tossiche, affrontare lutti, o semplicemente ricominciare a sentire.
La Canzoneterapia non è solo un ascolto: è un attraversamento. E quando l’onda sonora incontra la verità interiore, qualcosa si muove. Qualcosa guarisce.


Nel passaggio dal contesto clinico al palcoscenico, quali sfide hai incontrato nel rendere accessibili e coinvolgenti contenuti psicologici senza sacrificarne la profondità?
La sfida più grande è stata quella di tradurre il linguaggio dell’anima in un linguaggio da palcoscenico, senza svilirne la complessità. Quando porti la psicologia fuori dallo studio e la fai risuonare in teatro, non puoi permetterti di diventare didattico, né tantomeno di cadere nel sensazionalismo. Devi trovare il tono giusto: quello che emoziona e fa pensare, che diverte ma lascia il segno.
Nel Formoso Therapy Show la psicologia diventa racconto, confessione, canto. Le diagnosi si fanno metafora, i concetti diventano vissuti condivisi. Uso la musica, la narrazione, il corpo, per toccare corde profonde. Ma ogni parola è frutto di un lavoro clinico rigoroso, ogni canzone è pensata per aprire una porta, non solo per intrattenere.
Ho dovuto imparare a lasciare che il pubblico “senta” più che “capisca”, a costruire momenti che non spiegano, ma mostrano. E in questo, l’arte mi ha salvato: perché dove la teoria rischia di diventare fredda, la musica e il teatro la rendono umana, calda, viva.
Il palco non è un compromesso. È un’estensione della terapia. Un luogo dove la psicologia si fa popolare, senza perdere la sua anima. E se alla fine dello spettacolo qualcuno esce con una lacrima vera o una risata liberatoria, allora so che ho colpito il cuore… e non ho tradito la profondità.


Quando componi una nuova canzone con valenza terapeutica, parti prima dal tema emotivo o dal “ritornello” musicale? Puoi raccontarci come si sviluppa, in laboratorio, un brano come “Zio Pasqualino”?
Ogni canzone terapeutica nasce da un bisogno. Un’urgenza dell’anima che bussa. Spesso parte da una frase scritta di getto su un foglio, o da un’immagine interiore che mi commuove: uno sguardo, un ricordo, una ferita ancora aperta nella storia di qualcuno o nella mia.
Nel caso di Zio Pasqualino, è nato tutto da un’eco lontana: mia madre che mi ha avuto tardi, per uno scherzo della natura, a 44 anni, ha vissuto la Seconda guerra mondiale da ragazzina condividendo il suo sviluppo con il fratello più grande, ovvero mio zio Pasquale, un uomo semplice, senza potere, che però custodiva una saggezza antica.
Mio zio fu mandato al fronte nel deserto del Sahara da Mussolini, senza aver mai impugnato un’arma e senza desiderio di combattere. Morì giovane nella battaglia di El Alamein.
Con il tema della guerra purtroppo ancora attuale, ho voluto raccontare questa triste storia della mia famiglia e invitare tutti ad opporsi alla guerra.
Il tema emotivo era la denuncia, ma vista con gli occhi di chi non ha voce nei telegiornali: un vecchio zio che non ha mai sparato un colpo, ma che conosce il valore della pace.
In laboratorio, la costruzione segue un doppio binario: da una parte il cuore, dall’altra il cervello. Si parte dal vissuto emotivo e lo si veste di suono. Uso spesso tonalità a 432 Hz per restituire una vibrazione più organica e profonda, da cui nasce la melodia madre.
Il ritornello arriva quasi sempre dopo. È come un nodo che si stringe al centro del brano, una sintesi affettiva che deve restare impressa, quasi fosse un mantra emozionale.
Con Zio Pasqualino ho voluto che il ritornello avesse la semplicità di una preghiera laica. Con l’amico e arrangiatore Paolo Petrini abbiamo iniziato a immaginarla a partire da una demo chitarra e voce.
Quando si crea in studio ci si sente come a funghi, o alla caccia al tesoro.
Poi inizia la fase più delicata: testare l’effetto. La canzone viene fatta ascoltare in piccoli gruppi, durante le sedute o nei laboratori di Neuropsicofonia. Osservo i respiri, le lacrime trattenute, le vibrazioni corporee. Registro, analizzo, modifico.
La musica, se è terapeutica, deve “accadere” dentro chi ascolta. Deve muovere. Solo allora è pronta a volare, verso le orecchie e i cuori di chi ne ha bisogno.
In “ultimissimo” coinvolgo un altro fraterno compagno di viaggio, Luigi Ferreri, regista e videomaker. A Luigi chiedo l’impossibile, e lui – stremato ma generoso – lo realizza. Così nascono i miei videoclip e visual.


Dopo il tour 2025 e l’uscita del tuo singolo, quali nuove frontiere vorresti esplorare tra musica e benessere: un EP tematico, collaborazioni con altri professionisti della salute mentale o esperienze interattive con il pubblico?
Dopo il tour e il nuovo singolo, il mio sguardo si fa ancora più largo, più affamato di umanità.
Sento che è giunto il tempo di costruire un ponte ancora più solido tra il palco e il cuore delle persone.
Sto lavorando a un EP tematico, un piccolo viaggio sonoro ed emotivo dedicato ai grandi temi del nostro tempo: solitudine, rinascita, identità, cura. Ogni brano sarà pensato come una canzoneterapia, con strutture neuropsicofoniche per stimolare benessere, riflessione e liberazione.
Immagino anche collaborazioni con psicoterapeuti, psichiatri, neurologi, per fondare un linguaggio comune della cura, attraverso parole e accordi.
E poi c’è il sogno più ambizioso: esperienze interattive con il pubblico, non solo da ascoltare ma da vivere. Laboratori teatrali, trance musicali, installazioni multisensoriali…
Voglio che chi entra nel mondo della Neuropsicofonia ne esca trasformato, anche solo di un millimetro.
Perché – come dico spesso – se la musica è vibrazione, ogni essere umano è uno strumento da accordare.
La direzione è chiara: unire arte e scienza per costruire bellezza che cura.
E se tutto questo sembrerà visionario, allora che lo sia.
Perché il futuro che sogno… suona già. Ora sta a noi imparare ad ascoltarlo.