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Dopo nove anni di silenzio discografico, Pollio torna con nuovi brani che segnano una rinascita artistica e personale. Equatore ed È solo una fase inaugurano un percorso più maturo, viscerale, attraversato da immagini cinematografiche, riflessioni sulla libertà e un rapporto nuovo con il tempo. In questa intervista, Pollio racconta cosa lo ha riportato alla scrittura, perché certe urgenze non si possono ignorare e cosa resta “dopo la bomba”.


INTERVISTA – POLLIO

1. “Equatore” e “È solo una fase” segnano il tuo ritorno dopo nove anni di silenzio discografico. C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che era di nuovo “tempo di parlare”? O le canzoni sono arrivate come una necessità, senza chiedere permesso?

Le mie canzoni non chiedono mai il permesso, a quello c’ero abituato. Il punto è che per anni non ho sentito l’urgenza di aggiungere la mia voce al rumore quotidiano. Mi piaceva scrivere, sistemare, pensare, ma non avevo l’energia per espormi. Quando ho sentito che quello che stavo facendo mi faceva stare bene, ho pensato valesse la pena di condividerlo. Da lì ho deciso di rimettere in moto tutto.


2. Descrivi il primo singolo “Equatore” come una canzone sulla fatica e sulla libertà.

Oggi, nella musica come nella vita, pensi che libertà significhi più lasciare andare o riprendere in mano qualcosa che si era perso?**

Per me libertà è potersi permettere di scegliere tra queste due cose e molte altre. Invece spesso agiamo perché pensiamo di doverlo fare o perché davvero non abbiamo alternative. In questo scenario lasciarsi andare è un gesto altissimo, raro, quasi un sogno irrealizzabile. Eppure ogni tanto riusciamo a farlo e proprio in quel momento, paradossalmente, recuperi qualcosa che avevi lasciato indietro.


3. Il brano ha un respiro cinematografico e un suono caldo, viscerale. Se dovessi scegliere un film o una scena che racchiude l’atmosfera di Equatore, quale sarebbe e perché?

Forse un Conte di Montecristo contemporaneo, immerso negli sbattimenti quotidiani, raccontato con qualche primo piano alla Sergio Leone e lo sguardo corale e internazionale del primo Iñárritu.


4. Hai appena detto che uscirà un album che si intitola “Dopo la bomba”: un titolo forte, quasi apocalittico. Cosa rimane in piedi “dopo la bomba” — artisticamente e umanamente — per Pollio?

“Quasi” apocalittico, dici bene. Qui non parlo solo delle bombe che possono arrivare, ma di quelle che abbiamo già attraversato: crisi personali e collettive che ci hanno formato più di quanto ammettiamo. La bomba, per me, è una scossa emotiva: gioia, dolore, una svolta improvvisa. Nei miei primi quarant’anni ne ho viste parecchie, dentro e fuori di me. Scavando in tutto questo, ho capito cosa resta: l’istinto, l’amore, e una fiducia faticosa ma necessaria nell’intelligenza umana.