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Nel nuovo brano Non sono un mostro, Cannella mette in scena una battaglia intima, una sorta di Fight Club emotivo in cui il vero avversario è la propria parte più fragile e irrisolta. Non una lettera di scuse, ma un punto fermo su un percorso di crescita che passa attraverso la perdita, il senso di colpa e la responsabilità di guardarsi allo specchio senza alibi.
In questa intervista Cannella racconta il momento più duro da affrontare, la consapevolezza arrivata dopo i colpi più forti e il significato profondo di una canzone che segna una nuova fase personale e artistica, fondata su onestà, vulnerabilità e verità.


1. Nel brano parli di una lotta alla Fight Club contro te stesso: qual è stato il “colpo” più difficile da incassare mentre scrivevi Non sono un mostro, e quale invece ti ha fatto capire che stavi finalmente ritrovando la tua versione migliore?

Il colpo più difficile da incassare è stato di aver perso definitivamente una persona con cui ho condiviso tanti anni della mia vita, a causa anche e soprattutto di miei atteggiamenti. Quando ho scritto “Non sono un mostro”, ero ancora all’interno di una relazione, ma già mi accorgevo che in qualche modo quel rapporto fosse finito.
L’altra persona ha provato a sistemare le cose ed aspettare dei cambiamenti da parte mia che non sono riuscito ad attuare nel modo giusto. Poi, dai grandi traumi, se si ha la forza di mettersi in discussione e il senso di colpa diventa un’arma in forma di spirito critico, si riesce a trovare la strada migliore. Forse è proprio necessario ricevere dei forti colpi per comprenderlo, come nel mio caso questo evento mi ha fatto capire il bisogno di una versione migliore.


2. Nel testo emerge la tensione tra vulnerabilità e difesa, come se il “mostro” interiore fosse sempre pronto a riapparire. C’è stato un momento, nella tua vita o nella lavorazione del pezzo, in cui hai sentito di riuscire davvero a disinnescare quel meccanismo?

Non tanto durante la scrittura. Quel momento è arrivato dopo e ancora dovevo mettere a fuoco diverse cose. Mi sono reso conto che dovevo andare avanti in questa lotta contro me stesso, ma anche che ho le capacità per poterlo fare.
Bisogna volerlo, sì, ma anche avere quella scossa di cui parlavo prima. Dunque, assumendoti le responsabilità di ciò che accade, si compie il primo passo di consapevolezza nella quotidianità che permette di fare più attenzione.


3. Hai detto che questo brano non è una lettera di scuse, ma un attestato di crescita. Qual è la verità più onesta — e più scomoda — che hai dovuto dire a te stesso per trasformare la ferita in consapevolezza?

La verità più scomoda per me stesso è stata il dirmi che non sempre la forza è il modo per tenere sotto controllo la rabbia. Anzi, è proprio quando si mettono in atto certi meccanismi che non c’è un vero senso di forza.
La forza in senso stretto è anche poter ammettere le proprie debolezze e fragilità, da cui si possono costruire basi più solide e senza macismi di alcun tipo a cui siamo abituati dal mondo che ci circonda.


4. “Non sono un mostro” segna un ritorno con una maturità nuova, sia personale che artistica. Guardando al tuo percorso, quale parte della tua identità musicale hai deciso di proteggere… e quale, invece, hai dovuto lasciare andare per arrivare fin qui?

La parte che scelgo sempre di proteggere è la verità, l’onestà di quello che vivo e che per me è fondamentale, il senso del fare musica. Quando vivo un periodo tendo a raccontarlo. Questo non vuol dire che una canzone sia un diario, e si cerca di trovare una chiave per romanzare il racconto.
Però, la mia musica è sincera e parte da ciò che vivo. Sul lasciare andar via, in realtà penso di non avere abbandonato nulla. Più che di abbandono, si parla di crescita. Sono nuove versioni di me per le esperienze che ho vissuto e che si riflettono nella musica.