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Quando si parla di trilogia, si è soliti pensare al mondo del cinema. Non è il caso di Ninaì, che ha recentemente pubblicato “Symmetry”, una trilogia tutta musicale. Scopriamo di cosa si tratta parlandone con lei.

Ciao Ninaì e benvenuta! Partiamo da qui: perché pubblicare una trilogia in un periodo discografico scandito da singoli di veloce ascolto?

Ciao felice di essere insieme a te, ho scelto la trilogia perché Soulmetry è un viaggio riflessivo e profondo. In un’epoca di ascolti fugaci, volevo creare uno spazio dove ci si possa fermare, respirare e sentire ogni sfumatura. Non è solo ascoltare musica: è lasciarsi attraversare, trasformarsi, scoprire parti di sé e del mondo che ci circonda che altrimenti resterebbero nascoste. La trilogia la vivo come rituale delicato e potente, sento la necessità di essere libera dall’ossessione dei minuti contati dell’industria, perché i ritmi naturali sono lenti ma essenziali.

Com’è stato lavorare a Soulmetry? C’è stato un momento in cui hai capito che la trilogia stava davvero prendendo forma?

Lavorare a Soulmetry è stato quasi un atto di immersione totale. Avevo bisogno di creare uno spazio chiuso, protetto, in cui lasciar fluire tutto senza filtri, e per questo l’ho registrato a casa, improvvisando tanto e accogliendo ogni imperfezione come parte del processo. Da lì in poi insieme a Flavio Ferri, che ne ha curato la produzione artistica, abbiamo sentito la necessità di dare voce ai multimondi musicali che convivono in me. Senza porci limiti, lasciando spazio a tutte le mie lingue interiori, anche tornando a quella più antica, la mia lingua madre. È stato quasi inevitabile: più esploravamo, più capivamo che questo universo chiedeva di essere raccontato in più capitoli. La casa discografica ha creduto da subito in questa visione e ha sostenuto l’idea che Soulmetry fosse solo il primo passo di un trittico. Da lì è nata la trilogia, non come un progetto studiato in anticipo, ma come un organismo vivo che si è rivelato da sé, mentre cresceva.

Qual è la parte del processo creativo che ti diverte di più e quella che, invece, ti mette più alla prova? Sappiamo anche che hai registrato in casa…

Nel mio processo creativo non c’è una vera separazione tra ciò che mi diverte e ciò che mi mette alla prova: tutto si fonde, come accade nella vita. Il piacere e la fatica sono la stessa sostanza che cambia temperatura. Entro nel flusso e lo lascio accadere. La parte che più mi chiama, che considero un atto quasi sacro, è scrivere e registrare messaggi destinati a rimanere. È come incidere un gesto sulla materia del tempo, in quel momento sento una responsabilità che non pesa: vibra. Registrare a casa ha trasformato tutto in una realtà intima. Lì ho improvvisato, ascoltato il mio corpo, lasciato che la voce si manifestasse come un’apparizione. Ho scritto tutti i testi in due giorni: linee melodiche e voce definitiva. È stato uno stato di trance consapevole, dove la fragilità diventava forza e la forza si rendeva trasparente. La voce, per me, è uno strumento incarnato. Prima sono nata al pianoforte, poi ho capito che la voce è un prolungamento diretto del cuore: non mente mai. È per questo che riesce ad ammorbidire ogni limite: perché non viene solo dal corpo, ma dalla memoria profonda.

Lavorare con I Low You Records sembra essere per un “porto sicuro”: com’è il vostro rapporto dietro le quinte e quando è iniziata la vostra collaborazione?

Collaborare con i Low You Records è stato come trovare un raggio di sole in un mondo musicale complesso e frammentato. Per me è essenziale lavorare con persone affini, che comprendono il tuo linguaggio e sanno come inserirlo in un contesto coerente, un bacino di ascoltatori che risuona con la tua visione. Credo che siamo come tribù animali in natura: riconosci chi vibra come te, e tutto diventa chiaro. La nostra collaborazione è iniziata ad agosto, quando ho inviato loro la musica. Da subito c’è stato uno scambio sincero e diretto con Emiliano Ruggiero e Aldo Axha: non servivano spiegazioni, perché la sintonia era immediata. La loro filosofia “music for music lovers” e l’approccio lo-fi, artigianale e attento alla musica come insieme di suono, visual e video, ha reso tutto naturale. Così ho sentito che il mio progetto trovava finalmente un porto sicuro dove esprimersi, crescere e arrivare al pubblico giusto, senza compromessi.

C’è stato un consiglio o una spinta particolare da parte dell’etichetta che ti ha aiutato a definire meglio il concept e il suono di Soulmetry?

Sono stati mesi di scambi profondi, rispettosi, dove spazio e tempo avevano lo stesso valore. Non c’era pressione, solo il desiderio di lavorare con cura, con amore, rifinendo ogni dettaglio come un gesto quasi ancestrale. L’idea del titolo è nata dalla volontà di liberarsi dall’obbligo di intitolare il disco con il nome di un brano: un processo di pensieri, di ascolto interiore. E la cosa più bella che si è aggiunta a Soulmetry è il remix di Emiliano Ruggiero ” Urania Kid ” fondatore di Low You Records, pioniere di sonorità elettroniche e ambient, capace di trasformare il suono in una visione immediata e indipendente. In quel remix c’è tutta la connessione della geometria musicale che cambia: è un dialogo, un incontro di universi. 

Se dovessi raccontare la trilogia a un amico che non ti ha mai ascoltata, cosa gli diresti per farlo incuriosire?

Gli direi che Soulmetry è musica che respira: tre capitoli in cui ogni suono è un gesto, ogni silenzio un corpo che si muove. È sperimentazione condensata in suoni che cercano di toccare l’invisibile.

Tra prove, registrazioni e uscite con il team, qual è il ricordo più spontaneo o divertente che colleghi a questo progetto e alla collaborazione con tutte le parti coinvolte?

Abbiamo registrato principalmente in casa, quindi gli orari erano dalla tarda mattinata fino a sera, a volte anche oltre: Wolf è nata nella notte. Molti momenti creativi nascevano in cucina, mentre impastavo la pasta della pizza o infornavo, le uscite esterne direi nulle. La casa era diventata uno studio/ufficio, e ogni sera cenavamo in un posto diverso tra cavi, scheda audio e microfoni. La cosa più bella era che, improvvisando e registrando tutto in quei giorni, i muri della casa risuonavano dei messaggi che volevo concretizzare. Ogni persona coinvolta nella realizzazione ha portato con sé la propria unicità: vivendo così immersi nell’atto creativo e nella quotidianità, inevitabilmente nascevano piccole gag, momenti di leggerezza e complicità che restano impressi. Sono ricordi che raccontano perfettamente lo spirito di Soulmetry: intimità, improvvisazione e una condivisione che va oltre la musica.