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Nato dall’incontro tra sperimentazione sonora e profonda devozione per la musica di Peter Gabriel, Mozo è un progetto che prende forma da un dialogo istintivo tra due bassi e una voce. Ne abbiamo parlato con i creatori del lavoro, Filippo Macchiarelli e Michelangelo Brandimarte.

Com’è nato Mozo? Qual è stato il punto di partenza creativo che vi ha spinto a lavorare Insieme su questo progetto?

Circa un anno fa abbiamo iniziato a lavorare agli arrangiamenti per due bassi e voce di alcuni brani della tradizione pop-rock angloamericana a cui siamo particolarmente legati. Sentivamo però che mancava un obiettivo chiaro a questo percorso. Poi è arrivata l’illuminazione: perché non dedicare un progetto specifico alla musica di Peter Gabriel? Questa scelta ha trasformato completamente la nostra prospettiva, sia nella creazione degli arrangiamenti sia nella ricerca di un suono davvero nostro. Dal momento in cui abbiamo iniziato a provare — e quasi subito a registrare — idee, timbri e intuizioni hanno preso forma rapidamente, in modo istintivo e naturale.

 

Partendo dai brani di Peter Gabriel che avete selezionato, qual è stato il processo di costruzione del sound e cosa ha giocato un ruolo chiave nella resa finale del lavoro?

Abbiamo lavorato con grande cura su ogni singolo brano, ma la vera forza di questo progetto è stata la spontaneità con cui gli arrangiamenti hanno preso forma in modo creativo e condiviso. A parte alcune idee di base, non c’era nulla di realmente preparato: tutto è nato in studio, in maniera istintiva e improvvisata. Partivamo dall’intelaiatura dei pezzi, dalle parti strumentali e dalla linea vocale; una volta definita la struttura, ci siamo dedicati a scolpire suoni e colori specifici per ciascun brano, sperimentando con l’elettronica o seguendo qualunque intuizione ci venisse alla mente.

 

Com’è avvenuta la vostra collaborazione? Avete lavorato fianco a fianco nello stesso spazio o a distanza, e come questo ha influito sul risultato finale? 

Ci conosciamo dai tempi del conservatorio e registrare qualcosa insieme era un sogno che avevamo nel cassetto da anni. Vivendo uno nelle Marche e l’altro in Abruzzo, era fondamentale ritrovarci di persona per lavorare fianco a fianco e definire nel dettaglio il suono che prendeva forma in ogni sessione. Inoltre Michelangelo ha un suo studio di registrazione a Chieti, lo Studio Brandimarte: quale luogo migliore per incontrarci e sperimentare liberamente?

 

Uno dei punti di forza del disco sembra essere l’elettronica. Ci spiegate nel dettaglio come l’avete utilizzata perché reputate importante l’uso di queste strumentazioni?

L’idea di partenza era arrangiare i brani di Peter Gabriel utilizzando due bassi trattati come veri e propri strumenti armonici, quasi fossero chitarre. L’uso massiccio di elettronica analogica in presa diretta — insieme a un Moog in un paio di brani — ci ha poi permesso di modellare un sound molto personale per tutto il disco. Abbiamo svolto un lavoro minuzioso per caratterizzare nel dettaglio ogni pezzo e questo è stato possibile grazie all’ampio uso di effetti applicati ai nostri strumenti, che ci ha consentito di scolpire timbri e atmosfere uniche.

 

Il titolo Mozo è evocativo e aperto a molte interpretazioni: cosa rappresenta per voi e come si lega al messaggio complessivo del disco?

Mozo è una sorta di alter ego concettuale che Peter Gabriel sviluppò tra il 1980 e il 1982. Non è mai apparso ufficialmente nei crediti, ma compare in interviste, materiali promozionali e abbozzi di sceneggiature. Era immaginato come un emarginato, un solitario che vive in una catapecchia e comunica con il mondo attraverso una radio pirata, dalla quale trasmette messaggi confusi e inquietanti: un riflesso della paranoia, della frammentazione e della disumanizzazione del mondo moderno — temi centrali nei testi di Gabriel di quel periodo. Ci è sembrato un nome perfetto per il disco, che nel suo insieme diventa un viaggio nei labirinti della psiche umana, tra passioni, cadute, ferite, carnalità e fragilità. Inoltre, l’uso dell’elettronica — in un’epoca post-umana dominata dalla tecnica — crea un liquido di contrasto che amplifica ed estende l’umanità della parola e il lirismo che permeano le canzoni di Peter Gabriel.

 

Guardando al futuro, come pensate che Mozo influenzerà i vostri prossimi lavori individuali e collettivi? Avete già nuove idee in cantiere?

Attualmente stiamo entrambe lavorando a diversi progetti paralleli, che spaziano dall’orchestrazione a contesti legati alla musica improvvisata. Essendo la prima volta che affrontiamo un organico così minimale e inusuale nella reinterpretazione di un repertorio prettamente pop, questo lavoro ci ha offerto una nuova prospettiva creativa sulle potenzialità timbriche e orchestrali di uno strumento spesso sottovalutato come il basso elettrico. Sicuramente metteremo a frutto queste preziose esperienze nelle nostre prossime produzioni.