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Con “Doppia Esposizione” l’artista mette nero su bianco una presa di posizione netta, che va oltre il disco e diventa riflessione sul presente della musica indipendente. Autonomia creativa, rifiuto delle logiche algoritmiche e necessità di un rapporto più sincero con l’ascoltatore sono i cardini di un progetto diviso in due volumi, complementari e in tensione tra loro. In questa intervista ci racconta la genesi di un lavoro nato da una frattura, il valore della solitudine produttiva, il legame con Bologna e la volontà di continuare a rischiare, anche quando farlo significa andare controcorrente.  
 

“Doppia Esposizione” sembra un manifesto di autonomia artistica. Quanto era importante per te rivendicare questa libertà?

Importantissimo.

“Doppia Esposizione” nasce proprio da un episodio in cui la mia autonomia è stata messa in discussione: la rimozione improvvisa di Isola di Tam. È stato un momento in cui ho capito quanto la musica, oggi, possa essere fragile e dipendente da decisioni altrui.

La mia risposta è stata: fare ancora più a modo mio. Senza compromessi, senza adattarmi a ciò che “dovrebbe funzionare”.

Per me la libertà artistica non è un vezzo: è l’unico modo per restare onesto, curioso e vivo creativamente.

Volume 1 sfida apertamente gli algoritmi. Oggi, secondo te, un musicista indipendente può davvero ignorarli?

Ignorarli del tutto è impossibile, ma si può scegliere di non farsi guidare da loro.

Il Volume 1 è la mia piccola vendetta poetica: un disco che non chiede permesso, pieno di frammenti, idee corte, deviazioni improvvise… tutto ciò che un algoritmo “non capisce”.

Credo che un artista possa decidere di non piegarsi, pur sapendo che questo avrà un costo in termini di visibilità.

Ma l’arte non può essere progettata come un contenuto da feed: deve respirare male, graffiare, sorprendere. Anche a costo di passare sotto radar.

Volume 2 invece parla direttamente all’ascoltatore. Che rapporto vuoi instaurare con il pubblico?

Un rapporto sincero, non mediato, non pensato per piacere.

Nel Volume 2 ho rimesso la voce e le parole perché avevo bisogno di tornare a raccontare, di farmi capire anche emotivamente.

Se il Volume 1 è un sintomo, il Volume 2 è un tentativo di cura: uno spazio dove l’ascoltatore può trovare un appiglio, una melodia, un’immagine.

Non cerco un pubblico numeroso, cerco un pubblico vero, che entri nel mio mondo senza chiedermi di cambiarlo.

Essendo autore, produttore e arrangiatore, quanto conta per te la totale autonomia nella creazione della musica?

È tutto.

Non perché non sappia collaborare, ma perché questo progetto nasce da una visione molto interna, molto personale.

Produrre da solo mi permette di isolare le intuizioni senza filtri, di non dover negoziare la forma finale del suono.

È un processo più lento, più faticoso, ma anche più fedele a ciò che voglio dire.

La musica è l’unico posto in cui posso permettermi di essere esattamente come sono.

Quale ruolo ha Bologna nella tua musica e nella tua visione artistica?

Bologna è una lente.

È la città dove si può osservare tutto da una distanza giusta: né troppo lontani, né troppo immersi.

Mi ha insegnato a stare nelle cose con ironia, a non prendere troppo sul serio la scena musicale e allo stesso tempo a viverla profondamente.

È un luogo che ti permette di essere strano senza dover chiedere scusa.

Questa libertà permea tutto quello che faccio.

Prima di lasciarci, hai altre idee in cantiere che puoi anticiparci?

Sempre troppe.

Sto lavorando a nuovi brani che proseguono idealmente il discorso aperto con Doppia Esposizione, ma con un taglio ancora più narrativo.

E sto sviluppando una serie di video brevi — tra surreale e autobiografico — che diventeranno parte integrante della nuova fase.

Non so ancora che forma prenderanno, ma so che non sarà “una forma comoda”.

Del resto, anche questo fa parte della mia esposizione doppia: rischiare ogni volta qualcosa di nuovo.

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