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Ci sono album che nascono come dichiarazioni d’intenti, altri come confessioni a mezza voce. Vacuità, il primo disco dei Nevecieca, appartiene a entrambe le categorie: è un esordio che non prova a imporsi con clamore, ma sceglie la via più difficile — quella dell’autenticità. Il trio della provincia di Varese, composto da Edward Virzì (voce, chitarra), William Zangla (batteria) e Marco Saporiti (basso e tastiere), arriva a questo debutto dopo alcuni singoli che hanno tracciato i contorni di un’identità musicale precisa: malinconica, ruvida, inquieta, mai accomodante.

Il titolo, Vacuità, racconta un vuoto che non è assenza ma spazio di riflessione, quel limbo esistenziale in cui ci si ritrova tra i venti e i trent’anni, quando le aspettative iniziano a incrinarsi e il futuro sembra avvicinarsi senza mai farsi davvero conoscere. È il disco di chi non ha risposte ma tante domande; di chi vive una crisi personale e generazionale, oscillando tra la voglia di cambiare tutto e la sensazione di restare immobile.

Musicalmente, i Nevecieca costruiscono un linguaggio che unisce atmosfere oniriche a chitarre graffiate, dinamiche che alternano quiete e tempesta, intrecciando grunge, alt-rock e sensibilità contemporanee. La produzione resta volutamente grezza in alcuni punti, come a voler conservare l’urgenza originaria delle canzoni: Vacuità non è un disco levigato, ma un disco vero — uno di quelli che preferiscono mostrarsi coi difetti piuttosto che nascondersi dietro una patina perfetta.

E questa verità arriva in un momento storico particolare. Un periodo in cui perfino formazioni nate nell’underground punk, come le Bambole Di Pezza, finiscono sul palco di Sanremo: un segnale di come l’industria abbia imparato a inglobare tutto, anche ciò che un tempo nasceva ai margini. È proprio in un contesto del genere che diventa essenziale avere una scena che resti realmente sotterranea, libera dalle aspettative del mainstream, capace di suonare spigolosa, imperfetta, non addomesticata. La costruzione di un’underground nuova, credibile e vitale, passa anche da dischi come questo — piccoli ma necessari, perché custodiscono la scintilla originaria: quella dell’urgenza, della sincerità, dell’inquietudine che non cerca approvazione.

Vacuità non è un debutto monumentale, e non pretende di esserlo. È un disco in cammino, che mostra una band con un’identità già chiara ma ancora affamata di ricerca. Ed è proprio questo movimento instabile, questa voglia di provare, cadere e rialzarsi, che lo rende così autentico. In un panorama musicale che premia la perfezione più della verità, i Nevecieca scelgono di stare altrove: in quel sottosuolo dove la musica non è prodotto, ma espressione.

Se questo è solo l’inizio, allora l’underground italiana ha molto di cui sperare. Vacuità è un primo passo, fragile e coraggioso, verso una scena che possa tornare a essere davvero viva.