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Il nuovo EP di Mike Orange, Aranciata amara, arriva come un lavoro che non cerca di sorprendere, ma di mettere a fuoco. Cinque tracce che si muovono all’interno di un linguaggio ormai riconoscibile, ma che mostrano una maggiore attenzione alla sottrazione e al controllo. È un disco che sembra nascere da un’esigenza precisa: fermarsi, osservare, e trasformare quel momento di pausa in materia musicale.

L’immagine evocata dal titolo non è solo un riferimento simbolico, ma un vero e proprio metodo narrativo. L’amaro, qui, non è una dichiarazione di intenti né una posa, bensì una componente naturale del racconto. Le canzoni alternano episodi più leggeri a riflessioni meno accomodanti, senza mai estremizzare uno dei due poli. Tutto resta in equilibrio, come se il disco preferisse suggerire piuttosto che affermare.

Sul piano testuale, Mike Orange continua a lavorare su immagini quotidiane e situazioni riconoscibili. Non ci sono grandi svolte narrative, ma frammenti, pensieri che emergono nel mezzo della routine, momenti che acquistano peso proprio perché non vengono enfatizzati. La scrittura rimane diretta, priva di orpelli, con una particolare attenzione al ritmo delle parole e alla loro funzione all’interno della melodia.

Anche la dimensione musicale segue questa logica. Gli arrangiamenti sono costruiti con attenzione, evitando soluzioni ridondanti o passaggi superflui. La band lavora per sottrazione, accompagnando i brani senza mai sovrastarli, contribuendo a creare un suono compatto e coerente. Il risultato è un EP che scorre in modo naturale, senza fratture evidenti, e che trova la propria forza nella continuità.

In questo senso, Aranciata amara può essere letto come un punto di assestamento nel percorso di Mike Orange. Un lavoro che non ha l’ambizione di ridefinire tutto, ma che chiarisce una direzione e ne rafforza i tratti distintivi.

L’intervista che segue approfondisce questi aspetti: il processo creativo, il rapporto con la scrittura, le scelte di produzione e il modo in cui questo EP si inserisce nel percorso più ampio dell’artista. Un confronto che prova a restituire il dietro le quinte di Aranciata amara, mantenendo lo sguardo su ciò che conta davvero: il lavoro sulle canzoni.

Aranciata Amara restituisce un’immagine molto definita della tua identità artistica. Quanto senti di aver chiarito, con questo EP, la direzione del tuo progetto?

Ciao alle lettrici e ai lettori del MEI. Intanto grazie: per me è sempre una piccola sfida riuscire a mantenere coerenza dentro un discorso che attraversa un intero disco, quindi mi fa davvero piacere che tu l’abbia percepita.Per rispondere alla tua domanda: credo che tutto quello che ho fatto finora puntasse, in un modo o nell’altro, proprio a questo punto. La ricerca del suono, il modo di costruire le canzoni, i riferimenti che abbiamo scelto per gli arrangiamenti… tutto era orientato a definire una nostra idea di canzone pop. Non pop come etichetta, ma come spazio condiviso: qualcosa che potesse parlare a tutti, pur mantenendo la nostra angolatura, il nostro modo di guardare le cose. In questo senso Aranciata Amara è un po’ la sintesi di un percorso, il primo momento in cui quella visione si è messa davvero a fuoco.

Nei brani emerge spesso il tema del rapporto con se’ stessi e con le proprie aspettative. È un filo conduttore che hai riconosciuto a posteriori o era presente fin dall’inizio?

Non lo so, sinceramente è la prima volta che qualcuno mi fa una osservazione del genere. Però, ora che me lo fai notare, una cosa la posso dire. Questo disco nasce da una frattura profonda: una rottura con un mondo e con un modo di stare al mondo in cui non mi riconoscevo più. Quando succede una cosa così, inevitabilmente cambia anche l’immagine che hai di te stesso e quello che ti aspetti dalle cose. Dalla pubblicazione di Sensibile, nel 2023, è cambiato praticamente tutto: la vita intorno a me, le persone, i ritmi, le priorità. E quando cambia il contesto, ti devi muovere anche tu, ti devi riadattare. È doloroso, ma è anche rassicurante: scoprire che gli esseri umani riescono a rimanere tali in qualsiasi situazione li metti. Ogni postura, ogni sguardo, ogni modo di stare al mondo è sempre il risultato del rapporto che hai con te stesso e con ciò che pensi di meritare dalla vita.

Che ruolo ha avuto il lavoro in studio nel definire il carattere finale dei pezzi?

In realtà questo è il lavoro che, in studio, ha subito meno modifiche in assoluto. Arrivavamo con preproduzioni molto dettagliate e con idee già piuttosto definite. E qui devo ringraziare la band con cui ho registrato il disco — la stessa che mi accompagna nei live da anni: Nicola Cremaschini alla batteria, Simone Mazzola al basso, Alberto Ubbiali alla chitarra e Alberto Ceselli alle tastiere. Il lavoro in studio con Fabio Intraina, al Trai Studio di Inzago, è stato quasi naturale: lui ci conosce a memoria, ha registrato i dischi della maggior parte di noi, e ha saputo enfatizzare e valorizzare esattamente ciò che avevamo immaginato. Quando entri in studio con le idee chiare, chi mette le mani sul tuo lavoro non può fare altro che aiutarti a realizzare al meglio la tua visione.

Dal punto di vista vocale, il disco privilegia un’interpretazione misurata. Come lavori sulla resa emotiva senza eccedere?

Beh, queste sono canzoni che non chiedono di essere urlate. Sono, per la maggior parte, dei notturni: pezzi che restano in penombra, che non esplodono quasi mai. E mi piace cantare con la mia voce naturale, perché sempre di più mi sto convincendo che la voce non è solo un mezzo: è la tua visione del mondo. Questi brani sono riflessioni, confessioni a bassa luce, dialoghi con degli amici — che poi sono gli ascoltatori. E se ripenso a tutto quello che ci siamo detti finora, mi sembra evidente che il tono non potesse essere diverso: misurato, vicino, quasi sussurrato. È il modo più onesto che ho per raccontare quello che c’è dentro queste canzoni.

Quanto conta per te il confronto con chi ascolta, soprattutto quando le canzoni nascono da esperienze personali?

In questo caso sono ancora più curioso del solito di ascoltare le reazioni, perché Aranciata Amara nasce da un territorio molto personale. Quando fai un disco hai una tua percezione, un tuo immaginario, ma poi succede sempre la stessa magia: le canzoni, una volta fuori, cambiano pelle. Diventano qualcos’altro, prendono vita in modi che non avevi previsto. È una cosa che mi sorprende ogni volta. E qui ancora di più, perché questi brani nascono da momenti molto intimi, da passaggi che ho vissuto sulla mia pelle. Di solito il pubblico si riconosce nelle canzoni, ma stavolta sono davvero curioso di capire come si riconoscerà. Quali immagini prenderanno, quali frasi diventeranno loro, quali significati tireranno fuori che io magari non avevo nemmeno immaginato. È la parte più bella del condividere musica.

Se dovessi descrivere Aranciata Amara a qualcuno che non conosce la tua musica, da dove partiresti?

È una domanda difficile! Facciamo così: immaginiamo che un alieno arrivi sulla Terra e la prima cosa che ascolta sia Aranciata Amara di Mike Orange. Direi che non gli è andata proprio benissimo, perché in giro c’è decisamente di meglio. Scherzi a parte, Aranciata Amara è un disco sentito, rispettoso del periodo da cui nasce. Ogni brano è stato costruito in modo da valorizzare ogni stanza, ogni dettaglio. Le scelte di arrangiamento e di scrittura sono tutte misurate, pensate per far emergere più livelli di lettura. Secondo me l’ascolto in cuffia è il modo migliore per entrarci davvero: ti accorgi di sfumature che al primo giro magari ti sfuggono. È un disco piccolo ma stratificato, e credo che questo sia il suo valore.

 

Grazie per l’intervista, davvero.

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