Non tutte le canzoni di Natale parlano di luci, abbracci e serenità. “Il giorno di Natale” di MASUA che uscirà oggi a mezzanotte, nasce dal cortocircuito tra la tregua domestica e il rumore insopportabile della guerra, tra il privilegio di una festa vissuta al caldo e la tragedia di chi, nello stesso istante, non conosce altra realtà che la paura. È un brano che non consola, ma interroga. Che non anestetizza, ma costringe a guardare. Un racconto lucido, necessario, che mette la musica al servizio della memoria e della responsabilità collettiva.
Il singolo affronta il tema della guerra e dell’indifferenza contemporanea, trasformando la frattura emotiva tra pace apparente e dolore reale in una canzone di denuncia, riflessione e resistenza civile. MASUA restituisce alla musica un ruolo etico, capace di raccontare la realtà, smuovere coscienze e riattivare uno sguardo critico sul mondo.
INTERVISTA
“Il giorno di Natale” nasce da una frattura tra festa e tragedia, tra la pace apparente e la guerra reale. Cosa ti ha spinto, in quel momento preciso, a trasformare la rabbia e l’impotenza in musica invece che nel silenzio?
< Era il Natale di due anni fa, alla guerra in Ucraina si era sommata quella tra Israele-Hamas, e mentre ero con amici e parenti nel caldo soggiorno di casa, facevano sottofondo le tragiche news del TG. Mi è arrivato il flash che quelle povere vittime dell’ennesima follia umana, non potevano neanche immaginare in quel momento cosa volesse dire la pace di un giorno di festa, come quello che noi (per lo più occidentali) stavamo vivendo. Allora ho lasciato giù gli ospiti e sono salito in camera, ho preso la chitarra, ed ho scritto buona parte del pezzo che venerdì potrete ascoltare su tutti i digital-store >.
In un Mondo che scorre veloce e spesso anestetizzato, scrivere una canzone come questa è anche un atto politico e umano. Che ruolo ha per te oggi la musica di fronte all’ingiustizia e alla guerra?
< Vorrei che la musica fosse più spesso come un buon reporter: raccontare la realtà, denunciare ingiustizie, smuovere coscienze. Per me è l’arte che arriva più al cuore, eppure oggi troppo spesso è ridotta a svago superficiale o, peggio, a veicolo di valori negativi o violenti. Di fronte a quanto accaduto in Palestina, vedere artisti prendere posizione è stato confortante: un brano di protesta non è solo sfogo, è educazione, è sostegno … può generare cambiamento! Mobilitarsi è necessario, altrimenti faranno di noi sempre ciò che vogliono. Io stesso, da ragazzino, ho imparato tanto grazie alla musica >.
Hai raccontato di aver pensato di smettere con la musica, e poi questo brano è tornato a bussare. Cosa ti ha fatto capire che, invece, valeva la pena rimetterti in gioco e farlo uscire proprio ora?
< Il genocidio a Gaza. Di fronte a un pesante senso di impotenza, ho ripreso la bozza che avevo fatto due anni fa, ed ho iniziato a lavorarci seriamente da questo settembre. Purtroppo, sono temi sempre attuali, come vedi seppur passano gli anni, i mesi … guarda in Sudan, oggi si parla di migliaia di civili disarmati uccisi ogni giorno nella crisi umanitaria più grave al Mondo! Insomma, riprendere a fare musica è stato un gesto istintivo, di pancia. Il ritornello, poi, mi riportava anche alla malattia di mio papà, rendendo tutto ancora più intenso e personale. Non cantavo né toccavo uno strumento da quasi un anno: soprattutto con la voce ho dovuto ritrovare equilibrio e disciplina, dedicando due mesi per rimettermi un po’ in bolla >.
La tua scrittura unisce tensione e introspezione, rabbia e lucidità. Quando componi, da dove parte la canzone: dal ritmo, dalle parole, o da un’urgenza emotiva che non puoi più trattenere?
< È proprio un’azione di getto: la canzone nasce già con le parole. Certo, poi può esserci qualche modifica, soprattutto se avviene nella melodia, ma il cuore, la parte principale è un’esperienza spontanea. Ci ho provato, ma non sono mai riuscito a cambiare il testo e il senso di un brano e usarlo per qualcos’altro >.
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