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Ci sono progetti che non nascono per essere spiegati, ma per essere attraversati. MADRE e PADRE sono due opere speculari che si guardano da lontano e si parlano sottovoce, come due gesti diversi mossi dallo stesso bisogno profondo: comunicare. Nella scrittura di Luciano D’Abbruzzo non c’è enfasi, non c’è spettacolo, ma un’intimità ostinata che resiste al rumore del presente. In questa intervista l’artista riflette sul rapporto tra poesia e canzone, sul passaggio del testimone tra generazioni, sulla responsabilità di chi racconta il mondo oggi e su ciò che, silenziosamente, sta già prendendo forma nel futuro.


Intervista a Luciano D’Abbruzzo

MADRE e PADRE sono due opere speculari: hai scritto prima le poesie o le canzoni, o sono nate insieme come due lingue diverse per dire la stessa cosa?

Nascono in momenti diversi ma contemporanei, per dare risposte al bisogno di esprimersi, che ritengo fondamentale per ciascun individuo. Penso al medico che ti prescrive un farmaco e poi scrive sulla ricetta “alla bisogna”, cioè solo quando si presentano i sintomi.
Una canzone impiega più tempo a vedere la luce, dalla scrittura alla registrazione, dal missaggio al mastering, fino alla pubblicazione. Un pensiero scritto in forma di poesia è immediato e si realizza nel momento esatto del passaggio dal pensiero alla mano che sposta la penna e fa scorrere l’inchiostro sul foglio. È subito fruibile, “scripta manent” esprime bene questo concetto.
Più che lingue, direi due linguaggi diversi per curare l’unico e fondamentale bisogno di comunicare, se vuoi vibrare, con gli altri esseri e con la natura che ci circonda e ci accoglie.


Nel progetto parli di succedersi, di testimone da ricevere e restituire: quanto questa riflessione è legata alla tua storia personale e quanto, invece, a uno sguardo più universale sul tempo che viviamo?

Non riesco, anche se ci provo spesso, a quantificare esattamente i due aspetti. Sono certo però che è l’interazione dei due mondi a farmi sentire vivo, anche artisticamente. È un continuo vagliare, il mio, tra quello che sento dentro e ciò che vedo e vivo fuori.
Il concetto del passaggio del testimone mi coinvolge personalmente e nel profondo. Provo a descriverlo in Plastica nel mare, domandandomi se saremo in grado di lasciare a chi viene dopo di noi quello che altri prima, lavorando sodo, ci hanno fatto trovare, e in Ti lascio con la frase “sarò un cartello stradale, voglio indicarti soltanto ciò che ti può fare male”. È rivolto e dedicato a mia figlia e alla sua straordinaria capacità di spiccare il volo con le proprie ali e verso la rotta che lei ha stabilito.


La tua scrittura, sia poetica che musicale, evita l’enfasi e sceglie l’intimità: quanto è una scelta consapevole andare contro l’urgenza e la spettacolarizzazione dell’emozione?

Fai bene a puntare il dito sulla spettacolarizzazione. Oggi si tende a spettacolarizzare anche e soprattutto l’orrore. Mi appare tutto come un orrendo videogame dal quale sembra non si possa uscire. Un gioco al quale siamo costretti, imbavagliati e costretti.
Non è bello quello che sto per dire ma non riesco più a trattenerlo. L’enfasi spetta a alcuni colleghi vip della canzone, che esternano in foto e nei videoclip, e quindi sdoganano, l’uso delle armi. È per questo che poi, nella carriera e discograficamente, vengono premiati e benedetti da chi quelle armi le fabbrica e le smercia.


Dopo un lavoro così chiuso e compiuto, senti di aver concluso un ciclo o di aver aperto uno spazio nuovo, magari ancora senza nome?

Da ragazzo ho lavorato in una panetteria, l’idea è che mentre tiri fuori dal forno un pezzo di pane ce ne sia già uno nuovo in lievitazione, pronto da infornare. C’è una rosa di sedici canzoni dalla quale scegliere e a metà febbraio torniamo in studio con i miei amici e compagni fidati per dare inizio al nuovo lavoro.
Quella fu una pessima esperienza e come tutte le pessime esperienze mi ha segnato e insegnato molto. Posso anticipare tra i titoli delle nuove canzoni Ninna nanna per la fine del mondo. Pensi che sia ben augurale? Farò in tempo a pubblicarla?

Foto di Silvia Sangregorio

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