Fotografo, sceneggiatore, autore. E, soprattutto, osservatore instancabile delle crepe e delle luci del contemporaneo. Alessio Pizzicannella torna nelle librerie con E lui sarà Levon (Jasa Edizioni), un romanzo corale e visionario ambientato a Los Angeles, città-simbolo di contrasti estremi, dove purezza e dipendenza, fede e disincanto, sogno e fallimento convivono senza tregua. Dopo anni trascorsi a ritrarre icone della musica internazionale — da Neil Young ai Rolling Stones, dai Radiohead a U2 — e dopo un percorso che lo ha portato dal fotogiornalismo al cinema, dalla sceneggiatura al racconto letterario, Pizzicannella firma qui una storia che incrocia i linguaggi che lo hanno definito: l’immagine, il cinema, la parola. Nato come sceneggiatura selezionata al Sundance e all’Austin Film Festival, E lui sarà Levon si trasforma oggi in un romanzo che guarda all’America contemporanea come a uno specchio deformante del nostro tempo, mostrando una società che mercifica anche la spiritualità e riduce la ricerca di senso a performance. Il risultato è un affresco potente e inquieto, in cui i personaggi cercano riscatto, sopravvivenza, fede — spesso inciampando in illusioni abbaglianti, come quelle che la stessa Los Angeles sembra proiettare.
Domande e risposte
1 “E LUI SARÀ LEVON” affronta temi come fede, potere e disuguaglianza: quale messaggio speri che il lettore porti con sé?
Per carità, nessun messaggio. Semmai dubbio. Anzi, mi piacerebbe che il lettore portasse con sé una sensazione. Qualcosa che non si chiude subito, che continua a muoversi dentro, in cerca di un suo spazio. Il romanzo attraversa la fede, il potere, la disuguaglianza, ma non pretende di dare risposte: accompagna chi le cerca, anche quando delega a chi invece propone soluzioni. Ma dietro ogni ricerca di senso c’è sempre un desiderio umano, spesso anche una ferita. E quello che cerchiamo fuori da noi nasce quasi sempre da qualcosa che ci manca dentro. Se il lettore arrivasse all’ultima pagina con un po’ di tenerezza verso le fragilità dei personaggi, e magari anche verso le proprie, allora il romanzo avrebbe già fatto il suo percorso.
2 Los Angeles diventa quasi un personaggio del romanzo: come hai scelto di rappresentarla e perché?
Los Angeles è un luogo in cui l’Ovest smette di essere un punto cardinale e diventa un mito.
È una città schiacciata tra due forze: l’oceano che la ferma e il deserto che la spinge. Non può davvero espandersi, non può fuggire da sé stessa: può solo trasformarsi. Mi interessava raccontarla così, come un organismo vivo e contraddittorio. Un luogo dove tutto è possibile e niente è stabile.
È una città che ha estetizzato lo spettacolo, poi la spiritualità, la politica, perfino l’identità personale. E quello che nasce lì raramente resta lì: diventa globale. Per questo nel romanzo non è semplicemente l’ambientazione: è un personaggio. Respira, cambia, osserva, giudica.
E soprattutto amplifica le tensioni di chi la abita.
3 I protagonisti lottano tra sogni, speranza e fallimenti. Come hai costruito l’intreccio delle loro storie per trasmettere questi contrasti?
Non ho costruito un intreccio “perfetto” o geometrico. Mi interessava che le storie dei personaggi si sfiorassero, si piegassero, si contaminassero, senza però incastrarsi alla perfezione. La vita non procede per incastri logici: procede per deviazioni, incontri mancati, ostinazioni, tentativi.
I personaggi lottano, sì, ma non parlerei di speranza. Quello che li muove è la volontà di non arrendersi, forse la consapevolezza di non poterlo fare. È un’ostinazione umana, quasi disperata.
E volevo che questa tensione, tra desiderio e fallimento, passasse non solo in ciò che vivono, ma proprio nella struttura del romanzo. La coralità permette di mostrare come ogni storia sia solo una parte di un movimento più grande. E in un luogo come Los Angeles, così magmatico e instabile, era naturale raccontare personaggi che respirano la stessa aria ma seguono traiettorie diverse.
4 Il romanzo critica la mercificazione della spiritualità e dell’immagine: quanto questo riflette la tua esperienza nel mondo dello spettacolo?
Direi che la mercificazione permea tutti i campi. Ho tentato di descriverla come la vedo nello spettacolo, nella religione, nella politica, nella televisione e, quindi, inevitabilmente in noi. Non nasce dal mondo dello spettacolo, anzi: forse nasce proprio da quello religioso, se ci si guarda indietro abbastanza. Hanno costruito San Pietro con le indulgenze. L’immagine è sempre stata centrale e fondamentale per vendere idee e ideali.
Oggi lo è ancora di più, perché vende soluzioni di qualsiasi tipo, in qualsiasi ambito.
Viviamo in un tempo che trasforma tutto in immagine, anche ciò che dovrebbe restare intimo.
È un cortocircuito che riguarda tutti noi, non solo lo spettacolo.


