I The Peripheries hanno costruito il proprio percorso proprio a partire dall’idea di stare ai margini: non solo quelli geografici, ma anche quelli emotivi, sociali e musicali. Dopo Mechanical Reproductions, il trio continua a muoversi tra elettronica sperimentale, strumenti acustici, dissonanze, melodia e contaminazioni, lasciandosi guidare più dalla curiosità che dalla necessità di definire un’identità sonora precisa. Il nuovo materiale che confluirà in Dérives ne è una nuova dimostrazione, così come Westphalia, primo brano in tedesco del progetto, e Too Cool For School, nato dalla dimensione live e diventato nel tempo un momento centrale dei loro concerti.
Abbiamo parlato con i The Peripheries di adolescenza e ribellione, del significato delle periferie, del rapporto tra studio e palco, della scelta di cambiare lingua e della libertà di mettere continuamente in discussione il proprio suono. Perché, come raccontano, è proprio nei territori in cui non si tocca più con i piedi che può succedere qualcosa di interessante.
1. “Too Cool For School” nasce da un immaginario molto legato alla ribellione adolescenziale, ma il vostro riferimento alla scuola sembra andare oltre il semplice rifiuto dell’autorità: c’è anche l’idea di una generazione che rischia di restare intrappolata nell’immobilità. Quanto vi interessava parlare di adolescenza e quanto, invece, di una condizione che oggi può riguardare anche chi adolescente non lo è più?
“Too Cool For School” parte dai ricordi di quando si suonava in garage con gli amici, da quella prima scoperta della musica come esperienza collettiva. Ma per noi parla di qualcosa di più ampio: spesso le istanze sociali vengono trattate come “problemi dei giovani”, quasi fossero questioni immature. E così rischiamo tutti di restare intrappolati in ruoli e immagini già scritte, anche chi adolescente non lo è più.
Per questo crediamo molto nel valore dello stare insieme davvero: condividere uno spazio, suonare, guardarsi in faccia. Le cose più autentiche spesso nascono fuori dai circuiti abituali e, come nei concerti, succedono quando meno te lo aspetti. Forse oggi ritrovarsi e fare qualcosa insieme, riappropriandosi anche dell’idea di adolescenza, è una delle forme di ribellione più semplici che ci rimangono.
2. Avete già definito il vostro primo album “Mechanical Reproductions” come un disco attraversato da temi molto diversi: emigrazione, isolamento, collasso sociale, desiderio, persino una canzone ispirata a “Neve” di Orhan Pamuk. Con “Dérives” state cercando una maggiore unità tematica oppure vi interessa continuare a costruire un disco come una raccolta di mondi apparentemente lontani?
Quello che attraversa tutta la nostra produzione è l’idea di “periferia”, intesa sia in senso geografico che figurato. Nelle nostre tracce le periferie possono essere luoghi fisici — come Murmansk e Jurmala in Mechanical Reproductions* —, territori emotivi (pensando a* A shadow passing over*,* Celia* o* Gradually, then all at once*) o persino sociali, come in* The Trial of John Africa*. In* Dérives* questo margine torna a farsi spazio psicologico in brani come* Ceuta* e* Archangel*. Del resto, anche il romanzo* Neve* di Pamuk gioca proprio su questa fusione continua tra reale e simbolico.*
È un’attitudine che ci guida anche in studio: non vediamo alcuna barriera tra elettronica sperimentale e anima acustica. In The Kipoi Imperative*, ad esempio, abbiamo preso i cliché darkwave e li abbiamo smontati mantenendo però l’aggancio melodico. Questa voglia di esplorare la portiamo dritta sul palco: suoniamo tutto al cento per cento dal vivo, senza basi o playback, perché l’errore e l’imprevisto sono la linfa vitale della musica. Alla fine, le periferie non sono solo zone ai margini della mappa: sono territori di passaggio, dove le cose cambiano e nascono nuove possibilità. È lì che continuiamo a scavare.*
3. “Westphalia” è stato il vostro primo brano in tedesco. Cosa vi ha spinto a uscire dall’inglese proprio attraverso una lingua così distante da quella abituale del progetto? È stata una scelta legata al significato del brano o vi interessava anche vedere quanto sarebbe cambiata la vostra musica semplicemente cambiando lingua?
“Westphalia” è nata in inglese e il titolo richiama direttamente la Pace di Vestfalia del 1648, uno snodo fondamentale per la nascita dello Stato-nazione e del concetto di sovranità. Da lì siamo partiti per una riflessione piuttosto affilata sulla crisi che sta attraversando l’Occidente oggi.
Considerando il peso della Germania nelle dinamiche politiche ed europee, trasferire il testo in tedesco ci è sembrato un passaggio naturale. Se ne è occupato Carlo, che lo canta ed è nato e cresciuto in Svizzera. Il risultato ci entusiasma: il tedesco ci riconnette a radici musicali che amiamo profondamente, dai Neu! ai Can, passando per tutto il Krautrock fino ai Kraftwerk.
4. “Too Cool For School” è già diventata una presenza importante nei vostri concerti prima ancora di essere pubblicata. È cambiato qualcosa nel brano dopo averlo suonato davanti al pubblico per mesi? E soprattutto: c’è qualcosa che avete imparato dal vivo e che avete deciso di mantenere proprio perché funzionava meglio di quanto aveste previsto in studio?
I live sono il banco di prova definitivo per ogni pezzo. In particolare per le dinamiche: un brano come “Too Cool for School” si regge tutto su un intreccio stratificato di linee melodiche e ritmiche. Dopo qualche concerto insieme al pubblico, il pezzo ha iniziato a cambiare pelle: abbiamo inserito un momento di sospensione a metà traccia, modificato la chitarra nel finale per accompagnare l’esplosione della voce e calibrato meglio l’intesa vocale.
L’abbiamo testata dal vivo per un anno intero prima di chiuderci in studio ad inciderla. Ormai è diventata la nostra chiusura ideale dei concerti, il momento del bis in cui scarichiamo ed esprimiamo tutta la gioia di essere su quel palco. Volevamo che tutta questa energia pura arrivasse dritta anche a chi la ascolta per la prima volta su disco.
5. Nel vostro primo album c’è “A shadow passing over”, costruita quasi soltanto sulla voce e sul pianoforte, mentre altrove il suono è molto più stratificato e fisico. Quanto vi interessa continuare a mettere in crisi l’idea che abbiamo del “suono dei The Peripheries”, anche quando questo significa togliere invece di aggiungere?
Sarebbe un po’ bizzarro se una band che si chiama The Peripheries si mettesse a rispettare i paletti di genere! Ci stimola molto di più spingerci oltre, sorprendere chi ci ascolta e assecondare la curiosità, anche quando significa avventurarci in territori inesplorati. E less is more rimane una delle più importanti strategie per capire e svelare l’anima di una canzone.
Bowie diceva sempre che un artista dovrebbe posizionarsi appena dove non tocca più con i piedi, perché è proprio lì che succede qualcosa di interessante. Nel nostro piccolo proviamo a fare lo stesso: più che difendere un’etichetta, ci interessa scoprire fin dove riesce a portarci una canzone.
6. “Dérives” arriverà dopo un periodo in cui avete pubblicato singoli molto diversi tra loro, dai remix di “Hic sunt leones” a “Westphalia” fino a “Too Cool For School”. Se guardate a tutto questo materiale come a un percorso unico, qual è la cosa che avete scoperto sulla band che non sapevate ancora quando avete registrato “Mechanical Reproductions”?
Il filo rosso con l’esordio c’è ed è evidente: l’attitudine a mescolare linguaggi, immaginari ed emozioni è rimasta la stessa. Rispetto a Mechanical Reproductions*, però, in* Dérives ci sentiamo molto più consapevoli e affiatati come gruppo. Questa sicurezza ci ha spinti ad osare di più, giocando con le dissonanze, l’elettronica e persino influenze folk e ancestrali.
In più ci siamo aperti a tantissime collaborazioni e contaminazioni artistiche: in Archangel c’è il violoncello di Jenny Burnazzi, i Warm Digits stanno curando un remix, Davide Roca firma il video di Too Cool for School e Udo ha trasformato The Trial of John Africa in un fumetto. Senza dimenticare Beograd*, il nuovo singolo con il coro femminile Le RampiCanti oppure le straordinarie creazioni sartoriali di Sabi. Sono mondi apparentemente distanti, ma uniti dalla stessa fame di scoperta: per noi la musica è prima di tutto condivisione e dialogo libero, senza la paura di deviare dai percorsi già tracciati.*


