Ci sono momenti in cui ripartire significa anche scegliere cosa lasciare indietro. Per diTos, “Caricreatura” nasce proprio da qui: da un reset personale e artistico, dalla necessità di tornare all’essenza e da quel bambino con la chitarra rossa che, in qualche modo, continua ancora oggi a rappresentare un punto di partenza.
Il nuovo percorso dell’artista si muove in uno spazio in cui identità, immaginazione e realtà possono convivere senza necessariamente coincidere. Perché se Paolo resta ben radicato a terra, diTos può permettersi di abitare anche territori più indefiniti, lasciando spazio alla libertà di raccontarsi e, quando necessario, di inventare.
Abbiamo parlato con lui di “Caricreatura”, di cambiamento, del rapporto con la propria identità e della dimensione acustica che continua a rappresentare uno degli spazi più autentici del suo progetto.
“Caricreatura” nasce da un reset completo — ma un reset è anche una scelta rischiosa: cosa hai avuto paura di perdere nel momento in cui hai deciso di ripartire da quel bambino con la chitarra rossa?
«Scegliendo di partire con il mio reset, che non è stato affatto lineare né piacevole nell’immediato, sento che le mie cosiddette “sliding doors”, intese come alternative di vita fra cui scegliere, si sono ridotte notevolmente. Questo mi ha certamente spaventato, ma ha poi favorito più chiarezza in tutto.
Ora ho poche scelte, spesso due, che adotto in modo complementare e simultaneo: restare me stesso, per non perdermi, e venire incontro a chi merita la mia stima e il mio rispetto, per arricchire le reciproche vite».
Un percorso che sembra aver portato diTos verso una maggiore consapevolezza, ma anche verso una libertà nuova. Nella sua bio, infatti, il progetto vive “in uno spazio indefinito”, mentre Paolo appare “ben radicato a terra”. Due dimensioni che in “Caricreatura” sembrano incontrarsi.
Nella tua bio scrivi che diTos vive “in uno spazio indefinito” mentre Paolo è “ben radicato a terra”: quanto di “Caricreatura” appartiene a diTos e quanto, invece, è Paolo che si è finalmente concesso di esagerare?
«Per questo brano è decisamente più valida la seconda situazione: dopo anni in preda ai dubbi su come la mia musica potesse essere accolta, ho deciso di lasciarmi andare. Le altre persone, ho scoperto, sanno essere meravigliose nell’accoglierti e supportarti.
Tuttavia, in futuro non è detto che sarà così: il progetto diTos non sarà per forza una cronistoria né un’autobiografia musicata. Ci saranno sicuramente altri brani in cui si darà spazio, prendendo in prestito dal mondo dei libri, alla “fiction”. Chiamiamola anche finzione, ma mai falsità».
È proprio in questo confine tra realtà e immaginazione che il progetto sembra trovare la propria libertà espressiva. Una libertà che passa anche dall’accettazione di quei tratti più personali che, per molto tempo, possono essere stati percepiti come qualcosa da contenere o nascondere.
Hai parlato di tratti “facciali, corporei, sociali e relazionali” mostrati senza più timore: c’è un episodio concreto, prima di scrivere questo brano, in cui hai sentito di doverli nascondere?
«Preferisco non riportare aneddoti precisi per evitare dei “j’accuse” troppo forti, che ora sarebbero fuori tempo massimo e controproducenti. Ma sì, la sensazione di dover tenere la mia essenza ai margini e favorire l’apprendimento di competenze lavorative e sociali diverse da me c’è sempre stata.
Per questo, nel mio piccolo, supporto il più possibile le realtà che aiutano a superare gli stereotipi e gli sfottò e a permettere a tutti, soprattutto ai più giovani, di esprimersi liberamente ma rispettosamente.
Ora lo sforzo di imparare sempre cose nuove, nonché di approcciarmi alla vita e al lavoro con rispetto e umiltà, è sempre fondamentale, ma prima mi pongo questa domanda: “Posso dare il giusto contributo secondo le mie inclinazioni?”. Se la risposta è negativa, cerco di evitare di far perdere tempo anche agli altri».
“Caricreatura” diventa così anche un modo per restituire spazio alla propria essenza. Un’identità che non resta necessariamente immobile, ma che può cambiare forma, adattarsi al contesto e trovare nuove modalità per raccontarsi.
Il tuo filo narrativo “cambia forma ma non sostanza” a seconda del pubblico: in che modo “Caricreatura” suona diversa se la porti su un palco di piazza rispetto a un piccolo locale, pur restando la stessa canzone?
«Fin da subito mi sono avvalso della collaborazione di professionisti fidati che mi aiutano a creare questo immaginario. Per questo brano, il lyric video che lo accompagna è opera di Ludovica Meneghella, mentre per un brano precedente, “Il rito del prurito”, ho collaborato con 8th Step, casa di produzione video di base a Firenze.
Sul versante audio, mi ha aiutato principalmente Gianluca Vergalito, mio conterraneo, ma anche Alex Catania di Torino, in tandem con Stefano Priola, per un format sul web. Li riporto per omaggiare il loro duro lavoro e per far capire quanto impegno ci sia per portare ovunque un brano completo, nel sound e nel visual.
Poi, in realtà, la mia dimensione standard è in acustico. Lì posso modulare i brani come voglio, farli diventare quasi un racconto, se necessario, come i bardi medioevali. Anche se il progetto evolverà e sarà presentato con tutti i crismi, credo che non abbandonerò mai la dimensione acustica. Gran parte della magia che mi ha sorpreso nella vita è nata mentre suonavo così».
Tra un reset che ha ristretto le possibilità per rendere più chiara la direzione e la volontà di concedersi finalmente maggiore libertà, “Caricreatura” rappresenta quindi un nuovo punto di partenza per diTos. Un brano in cui il passato non viene cancellato, ma riportato al centro per essere guardato con occhi diversi.
Quel bambino con la chitarra rossa, allora, non è soltanto un ricordo. È un’immagine da cui ripartire, lasciandosi alle spalle la paura di essere accolti e concedendosi finalmente la possibilità di occupare il proprio spazio, senza dover necessariamente assomigliare a ciò che gli altri si aspettano.


