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Dopo una serie di singoli che hanno segnato il suo ritorno alla musica, Naesh arriva a California con una consapevolezza diversa. Il nuovo brano, realizzato insieme al produttore RameBiz, nasce da un’immagine apparentemente semplice — quella di una città di provincia che d’estate sembra quasi la California — per trasformarla in uno sguardo più ampio sulla realtà, sulle contraddizioni del territorio e sul tempo che passa.

Alle spalle ci sono vent’anni di rap, esperienze, pause e ripartenze, ma soprattutto un percorso che oggi sembra aver trovato un equilibrio nuovo. Se Vita Lenta raccontava la necessità di rallentare e California prosegue questo discorso con una chiave più ironica e tagliente, il prossimo album rappresenta per Naesh qualcosa di ancora più personale: il punto in cui la musica torna finalmente al centro, senza la necessità di costruire un personaggio o inseguire qualcosa che non gli è mai realmente interessato.

In questa intervista Naesh parla del ritorno alla musica, del rapporto con il territorio, della scrittura dopo vent’anni di esperienze e della possibilità di guardare al proprio passato senza rimanerne prigioniero. Perché crescere, in fondo, non significa necessariamente diventare qualcun altro: può voler dire semplicemente avere finalmente più cose da raccontare.

1. “California” arriva alla fine di una serie di singoli che hanno segnato il tuo ritorno alla musica e, allo stesso tempo, apre la porta al nuovo album. Che cosa rappresenta oggi questo brano: una conclusione, una ripartenza o il momento in cui ti sei finalmente riconosciuto nella tua nuova fase artistica?

È senz’altro una fase più tranquilla della mia vita, in cui riesco a ragionare meglio sulle cose e a programmarle. Prima fare tutto questo era una vera e propria tragedia. Vivevamo le uscite in maniera totalmente estemporanea, a volte casuale. Ora abbiamo messo in ordine le idee e posso dire che per la prima volta stiamo facendo le cose come vanno fatte. Nel nuovo album racconto un po’ del perché ce la vivevamo così alla giornata.

2. Il titolo “California” porta con sé un immaginario molto forte, quasi un’idea di fuga, di sogno o di luogo mentale. Nel tuo caso, cosa rappresenta davvero questa California e quanto c’è di reale, invece, in quell’immagine?

Il titolo viene da una frase che mi sento dire spesso dai turisti che vengono d’estate nella mia zona: “Wow, qua sembra di essere in California!”. Abbiamo un bel clima, il mare, le palme sulla passeggiata. Ma sicuramente questo rimane un posto di provincia, con lunghi inverni da far passare e con le problematiche annesse a una città di frontiera. Ho toccato un po’ tutti questi temi scrivendo California, a volte scherzandoci su e altre cercando di essere più tagliente.

3. Dopo vent’anni di rap, pause e ripartenze, sei tornato a fare musica in un momento della vita molto diverso da quello in cui avevi iniziato. C’è qualcosa che oggi ti permetti di scrivere proprio perché non sei più il Naesh di dieci o vent’anni fa?

Ora posso scrivere delle cose che sentivo dire da altri rapper, perché le ho vissute. In vent’anni di vita di esperienze ne ho fatte e non tutte belle. Quindi da raccontare c’è tanto. Una cosa di cui vado fiero è che vent’anni fa, per esempio, non inventavo nulla perché avevo meno da raccontare. Ho cercato di essere sempre vero in tutto il mio percorso musicale, devo dire che ho preso la frase “keep it real” molto seriamente.

4. Nelle tue canzoni c’è spesso uno sguardo molto concreto sulla realtà, ma anche una certa distanza ironica da ciò che racconti. Quanto è difficile, oggi, parlare di cose personali senza trasformare la scrittura in una forma di autocelebrazione o di confessione?

Autocelebrarsi è una cosa prettamente hip hop e l’ho anche fatto in diverse tracce del mio album in uscita. Ovviamente dipende anche molto da come lo fai, da quello che vuoi trasmettere. Io utilizzo spesso anche una chiave ironica, ma non troppo, nei miei testi, perché da una parte detesto la musica che vuol far ridere, dall’altra ogni tanto bisogna anche prendersi poco sul serio. Anche perché delle volte dico delle cose emotivamente pesanti, sia per me che scrivo sia, immagino, per chi ascolta. Perciò devo alleggerire usando questo escamotage.

5. C’è un tema che attraversa il tuo percorso recente: il tempo. “Vita Lenta” sembrava quasi una presa di posizione contro la necessità di correre, mentre “California” arriva alla vigilia di un album che chiude una fase. Oggi senti di avere finalmente smesso di rincorrere qualcosa? E, se sì, cosa?

Non ho mai rincorso il successo. Mi farebbe piacere far arrivare la mia musica a più persone possibili per avere la risposta di più punti di vista, più confronto. Non ho mai cercato fama o soldi. Sono felice perché con questo lavoro posso dire di aver messo per la prima volta la musica al primo posto.

6. Una domanda forse scomoda: dopo così tanti anni, cosa ti spaventa di più del tornare davvero a metterti in gioco con un album — il rischio che il pubblico non ti riconosca più, oppure quello di essere riconosciuto fin troppo bene e di ritrovarti incastrato nel Naesh che eri?

Non ho nessuna paura di ritornare con un album dopo qualche anno. Come ti dicevo in precedenza, avendo sempre scritto in maniera più autentica possibile, non devo vergognarmi di nulla e posso continuare a far musica a testa alta. Non ho costruito nessun personaggio, perciò chi mi ascoltava prima potrà trovare in quello che ho fatto una persona che è diventata adulta.