Con “Estasi e veleno”, Giuseppe Cucè firma un brano che osserva il presente con uno sguardo lucido e profondamente simbolico. Tra immagini evocative e sonorità che accompagnano una riflessione sul nostro tempo, il cantautore mette a fuoco le contraddizioni di una società in cui tragedia e spettacolo, bellezza e superficialità finiscono spesso per convivere senza più suscitare stupore.
Abbiamo intervistato Giuseppe Cucè per approfondire la genesi di “Estasi e veleno”, il suo modo di trasformare la realtà in metafora, il dialogo tra musica e cinema e il valore delle domande in un’epoca che sembra avere sempre meno tempo per fermarsi a riflettere.
In “Estasi e veleno” racconti un mondo in cui l’assurdo sembra diventare normale. Qual è stato l’episodio o la riflessione che ha acceso la scintilla del brano?
Più che un episodio preciso, è stato un accumulo di immagini quotidiane. Viviamo immersi in un flusso continuo di notizie, slogan e contraddizioni che, a forza di ripetersi, finiscono per sembrarci normali. Basta scorrere pochi secondi sui social: l’immagine di un bambino mutilato dalla guerra lascia immediatamente il posto a un influencer su uno yacht di lusso che pubblicizza l’ennesimo prodotto. Tutto viene consumato con la stessa velocità, senza più il tempo di distinguere ciò che dovrebbe scuoterci da ciò che è semplice intrattenimento. Mi sono chiesto quando abbiamo smesso di stupirci dell’assurdo. “Estasi e veleno” nasce proprio da questa domanda: raccontare un tempo in cui la spettacolarizzazione della tragedia e quella del lusso convivono nello stesso spazio, fino a confondersi.
Nel testo convivono immagini e simboli molto diversi tra loro. Come nasce il tuo modo di scrivere, più evocativo che descrittivo?
Ho sempre pensato che una canzone non debba spiegare tutto. Preferisco suggerire piuttosto che descrivere. Le immagini lasciano spazio all’immaginazione di chi ascolta e permettono a ognuno di trovare un significato personale.
Il mio immaginario è influenzato tanto dalla musica quanto dal cinema. Amo i registi visionari, capaci di trasformare la realtà in metafora: penso a Federico Fellini, che rendeva il surreale incredibilmente umano, o a Paolo Sorrentino, che attraverso la bellezza racconta spesso il vuoto del nostro tempo. Cerco di fare la stessa cosa con le canzoni: non raccontare semplicemente ciò che vedo, ma trasformarlo in immagini che continuino a vivere dentro chi ascolta anche dopo che la musica è finita.
Il titolo mette insieme due concetti opposti. Cosa rappresentano, oggi, l’estasi e il veleno nella vita di tutti i giorni?
Credo che convivano continuamente. L’estasi è tutto ciò che ci fa sentire vivi: un incontro, un tramonto, la musica, l’amore, la bellezza. Il veleno è ciò che lentamente ci anestetizza: l’odio, il rumore di fondo, la superficialità, la paura. Oggi siamo costantemente sospesi tra queste due forze, e forse la vera sfida è riuscire a riconoscere quale delle due stiamo alimentando.
Dici di voler mettere in discussione le domande più che le risposte. Quali sono, secondo te, le domande che la società ha smesso di porsi?
Forse abbiamo smesso di chiederci se quello che desideriamo ci appartenga davvero o se ci sia stato semplicemente suggerito. Ci domandiamo sempre come produrre di più, come apparire di più, come consumare di più. Molto meno spesso ci chiediamo chi siamo quando tutto questo viene meno. Credo che l’arte serva anche a riaprire quelle domande che il rumore del presente tende a soffocare.
Il videoclip utilizza un linguaggio fortemente cinematografico. Quanto è stato importante trasformare queste riflessioni in immagini?
Per me musica e immagini parlano la stessa lingua. Il videoclip non voleva spiegare il brano, ma amplificarne le suggestioni. Abbiamo cercato un’estetica sospesa tra realtà e simbolo, proprio come accade nel testo. Mi interessa che lo spettatore possa guardarlo più volte e cogliere ogni volta un dettaglio diverso, senza che esista un’unica chiave di lettura.
Che tipo di confronto speri di generare in chi ascolterà “Estasi e veleno”?
Non mi interessa convincere qualcuno. Mi piacerebbe che chi ascolta si fermasse, anche solo per qualche minuto, a osservare il mondo con uno sguardo diverso. Se una canzone riesce a creare una domanda, una discussione o anche un semplice dubbio, allora ha già compiuto il suo viaggio. Credo che oggi il valore più grande non sia avere tutte le risposte, ma conservare il coraggio di continuare a cercarle.


