C’è un momento della vita in cui tutto sembra possibile e, allo stesso tempo, terribilmente instabile. È quel territorio sospeso che Cecilia Barra esplora in like thin ice, il singolo che inaugura il suo percorso solista e che racconta la fragilità, le incertezze e le trasformazioni che accompagnano l’ingresso nell’età adulta. Un brano nato dall’esperienza del trasferimento all’estero e dall’incontro con una nuova solitudine, ma anche dalla volontà di trovare una voce personale capace di dialogare con il cantautorato italiano e con sonorità contemporanee che spaziano dal neo-soul alla musica internazionale. In questa intervista Cecilia ci racconta il suo percorso tra viaggi, studi alla Berklee College of Music, ricerca identitaria e il desiderio di dare forma alle domande di una generazione che fatica a trovare il proprio posto nel mondo.
Intervista a Cecilia Barra
In “like thin ice” racconti quella sensazione di instabilità che spesso accompagna i vent’anni, tra sogni, aspettative e paure. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa canzone sarebbe diventata il manifesto del tuo percorso solista?
Non so se saprei identificare un momento preciso: penso che, fin dalle prime note e dalle prime frasi che ho messo insieme, ho sentito una connessione speciale con quello che stavo scrivendo. Fin da subito ho percepito che le immagini che stavo cercando di evocare con il testo riuscivano a rappresentare bene quello che volevo fosse il mio universo musicale. Ho capito che era fondamentale per me esternare la fragilità dei 20 anni e renderla una canzone quando sono andata a vivere da sola per la prima volta. Mi sono ritrovata ad affrontare un tipo di solitudine e di disorientamento che non avevo mai provato prima: a 23 anni in una città nuova, in un paese nuovo, dove si parla una lingua nuova, ho tastato cosa vuol dire diventare adulti e scrivere like thin ice è stato il mio modo di affrontare e superare questa situazione. Così è naturalmente diventata un ottimo punto di partenza per questo nuovo progetto da solista.
Hai studiato alla Berklee College of Music e vissuto in città molto diverse tra loro come Valencia, Colonia e Quito. Quanto di questi luoghi è finito dentro il tuo modo di scrivere e quanto invece ti hanno aiutata a riscoprire le radici del cantautorato italiano?
Per me è stato un privilegio incredibile poter entrare in contatto con tutte queste culture diverse e poterle vivere a fondo; vedere e ascoltare la musica liberandosi delle lenti della propria eredità e tradizione è interessantissimo. Mi ha permesso sicuramente di riconnettermi con le mie radici e di tornare ad apprezzare la musica italiana che un tempo, superficialmente e ingenuamente, ritenevo banale e magari sprezzavo senza un vero motivo. Mi ha anche permesso di sperimentare con elementi nuovi e di scoprire tradizioni delle quali non conoscevo nulla, come il flamenco e la musica andina; ho anche potuto conoscere tutta una scena musicale che vuole integrare la propria cultura ancestrale ai sound più contemporanei e mi ha ispirato a fare lo stesso con la mia tradizione, lingua e cultura. I miei compagni della Berklee mi hanno spinta e aiutata tantissimo in questo processo, mostrandomi un’apertura mentale incredibile.
Nel tuo progetto convivono Lucio Dalla, Fabrizio De André, Hiatus Kaiyote e Jordan Rakei: artisti apparentemente lontani tra loro. Qual è stata la sfida più grande nel trovare un equilibrio tra queste influenze senza perdere la tua identità?
Equilibrio e identità sono due concetti che ancora sto fortemente esplorando e ricercando, forse sono proprio loro la mia sfida in corso. Mettere insieme la mia tendenza a scrivere groove e armonie ispirate al neo-soul e il mio gusto melodico e la ricerca testuale più caratteristici della musica italiana è sicuramente difficile, però mi permette di essere messa faccia a faccia con i miei limiti e, dunque, di crescere. Solo così si trova la propria identità, no?
Dopo l’esperienza con i Fool Arcana hai scelto di scrivere, arrangiare e produrre il tuo primo lavoro solista. C’è qualcosa che hai scoperto su te stessa passando dalla dimensione di band a quella di artista che guida completamente il proprio progetto?
Mentre studiavo, e in realtà un po’ tuttora, mi sentivo estremamente inadatta e poco preparata per poter chiamarmi una musicista per davvero e mettermi in gioco con questo progetto mi ha permesso di scoprire tanti miei punti di forza che prima non ero in grado di vedere, musicali e non. Essere main artist vuol dire assumersi tutte le responsabilità, mettersi in gioco in continuazione e superare gli ostacoli prendendo in mano le situazioni. Ho scoperto di riuscire a reggere questo tipo di pressione e, anzi, in qualche modo di apprezzarla.
Hai definito la tua musica come il racconto di una “generazione sospesa” tra precarietà e desiderio di trovare il proprio posto nel mondo. Pensi che la tua generazione abbia bisogno soprattutto di nuove risposte o di qualcuno che riesca a fare le domande giuste?
Probabilmente di entrambe le cose: penso ci siano tanti problemi sistemici all’interno della nostra società e che la mia generazione ne stia pagando le conseguenze in qualche modo. Siamo quelli che non arrivano a fine mese perché per decenni non sono aumentati gli stipendi ma l’inflazione sì, siamo quelli che non trovano lavoro anche se hanno studiato tutto lo studiabile perché le posizioni di lavoro sono riempite da persone che dovrebbero andare in pensione e non possono, o non vogliono. Insomma, penso sarebbe il caso di porre le domande giuste proprio con l’obiettivo di cercare nuove risposte, di cui abbiamo disperatamente bisogno.
Dai racconti che hai condiviso emerge una forte connessione con i viaggi, gli oggetti che conservano memoria e i luoghi che ti hanno cambiata. Se dovessi scegliere una città tra Valencia, Colonia e Quito come colonna sonora ideale di “like thin ice”, quale sarebbe e perché?
L’unica risposta giusta per like thin ice è Valencia, assolutamente e senza ombra di dubbio: è lì che l’ho scritta ed è lì che ho provato quella fragilità e indeterminazione di cui parlo nel testo, quindi non potrebbe essere altrimenti.


