Da oltre un decennio i Lunar Bird costruiscono un universo artistico in cui musica, immagini e narrazione convivono in perfetto equilibrio. Nati dall’incontro tra Italia e Galles, il duo ha sviluppato nel tempo un linguaggio personale capace di fondere dream pop, psichedelia, synth-wave e suggestioni cinematografiche, dando vita a canzoni che sembrano muoversi costantemente tra memoria e immaginazione. Con il nuovo EP Whatever Time We Have Left, la band affronta il tema del tempo e delle tracce che lascia dentro di noi, esplorando relazioni, identità e trasformazioni attraverso un approccio ancora più consapevole e maturo. Ne abbiamo parlato con loro, ripercorrendo le origini del progetto, il passaggio all’italiano di Sinderesi e il delicato equilibrio tra suono, immagini e racconto.
Nei vostri brani si percepisce sempre una forte componente cinematografica e “visionaria”: quando componete partite più da immagini, atmosfere e suggestioni oppure dalla struttura musicale vera e propria?
Siamo felici che questo si percepisca, perché è davvero un elemento fondamentale del nostro progetto. Oscar cura tutto l’universo visivo dei Lunar Bird e spesso, anche nella scrittura, parte proprio da immagini, atmosfere o suggestioni che poi traduce in parole. Io, invece, tendo ad avvicinarmi ai brani in maniera più istintiva, lasciandomi guidare dal suono, anche se a questa componente si affianca il mio lato più “nerd”, interessato all’armonia e alla costruzione formale.
Non esiste quindi una regola precisa: a volte arriva prima un’immagine, altre volte un suono. Credo che la forza del nostro processo creativo stia proprio nell’incontro tra questi due approcci diversi ma complementari, che riescono a dialogare in modo molto naturale.
Siete nati tra Italia e Galles, e anche il vostro percorso si divide continuamente tra questi due mondi: quanto questa dimensione “ibrida” ha influenzato il modo in cui costruite l’identità dei Lunar Bird?
Non sempre è facile esprimere questa doppia anima in maniera immediata. I nostri ascolti sono sempre stati fortemente orientati verso la musica britannica e americana, e i quasi dieci anni trascorsi in Galles hanno avuto un ruolo fondamentale nel plasmare la nostra identità artistica. In particolare, abbiamo assorbito molto dell’approccio libero e DIY tipico della scena UK, che continua a influenzare il nostro modo di fare musica.
Allo stesso tempo, però, non abbiamo mai smesso di guardare alla tradizione italiana. Artisti come Battiato, Battisti, Carella o Vanoni sono sempre stati punti di riferimento importanti nel nostro percorso. Con Sinderesi abbiamo semplicemente deciso di rendere più esplicita una componente della nostra identità che era già presente, anche se in maniera meno evidente.
Per questo motivo, il passaggio all’italiano non rappresenta una rottura o un cambio di direzione, ma piuttosto un’evoluzione naturale. Più che una scelta legata alla lingua in sé, è stato il desiderio di dare voce a un’altra sfumatura del nostro immaginario. In fondo, questa doppia appartenenza ha sempre caratterizzato la nostra musica, rendendola forse più difficile da etichettare, ma anche più autentica.
In “Blue Chamber” raccontate una relazione che diventa quasi un rifugio isolato dal resto del mondo: vi interessava esplorare più il bisogno di protezione o il rischio di perdersi dentro quel tipo di intimità?
Come in altri brani dell’EP, anche in questo caso il nostro scopo era quello di indagare gli aspetti opposti di un amore totalizzante. Un amore che è da un lato un rassicurante rifugio contro un mondo esterno freddo e minaccioso, e che dall’altro rischia di trasformarsi in isolamento, in una prigione dorata scelta consapevolmente.
Nei vostri lavori c’è sempre un equilibrio molto delicato tra dream pop, psichedelia e synth-wave, ma avete spesso detto di non amare troppo le etichette di genere: sentite che oggi il vostro suono sia diventato più definito oppure preferite continuare a lasciare tutto in movimento?
Questo resta vero ancora oggi. Sicuramente non amiamo le etichette e anzi, con ogni lavoro, cerchiamo di spingerci sempre un po’ oltre rispetto alla nostra comfort zone dream pop-psichedelica, pur restando coerenti con la nostra identità.
Nell’ultimo lavoro in particolare ci siamo fatti guidare più che mai dall’emotività dei temi che abbiamo deciso di trattare. Non mancano i nostri synth derivati dalla new wave anni Ottanta, né le stratificazioni vocali e le influenze stilistiche che erano presenti anche nel lavoro precedente.
In questo nuovo EP, in particolare, ci siamo lasciati guidare dal tema del tempo. Il tempo che scorre e si consuma, quello che perdiamo e quello contro cui proviamo a lottare. Ma anche il tempo che guarisce, che trasforma, che ricuce lentamente insieme i pezzi e che compone la nostra storia.
I protagonisti di questo EP sono i ricordi e i frammenti della nostra identità che non sempre convivono in modo semplice e con cui non è sempre facile fare i conti. Questo EP è un invito a riconciliarsi con il proprio tempo interiore: ad ascoltarlo, ad accoglierne le trasformazioni e attraversarlo con coraggio, senza rimpianti.
Anche l’aspetto visivo sembra fondamentale nel progetto Lunar Bird, dai videoclip alle grafiche fino all’immaginario “spaziale” che accompagna la band: quanto conta per voi costruire un universo estetico coerente insieme alla musica?
Anche in questo lavoro l’aspetto visivo resta fondamentale, sin dalla scelta dell’artwork che vuole proprio riportare chi ascolta ai temi che ho citato. Questa volta abbiamo scelto di lasciare lo spazio e “l’alieno” di The Birthday Party per ripartire dall’album di famiglia, dalle origini, dal nostro io bambino, dalle relazioni esplorate nei due singoli – con l’amore assoluto di Blue Chamber e la fine di un amore di The Things We Used To – per capire cosa resta di noi.
Dopo album come Lunar Bird e The Birthday Party, il nuovo EP sembra aprire un’altra fase del vostro percorso: quali aspetti sentite siano cambiati maggiormente nel vostro modo di scrivere e produrre musica in questi anni?
I primi due album hanno senz’altro contribuito a definire la nostra identità, segnando un percorso che nel tempo ci ha reso riconoscibili, ma con Whatever Time We Have Left sentiamo di essere entrati in una fase diversa, che potremmo definire di maggiore consapevolezza.
Il nostro modo di scrivere è sempre stato cangiante, libero, contaminato dalle esperienze che viviamo e da tutta la musica che ascoltiamo o abbiamo ascoltato in passato.
Quella che resta ferma, però, è la base su cui tutto si poggia: quella lente sempre puntata su una narrazione malinconica e agrodolce che indaga il nostro modo di percepire la vita, e in cui speriamo si possano rivedere molte altre persone.
A livello di produzione, invece, la vera svolta è arrivata grazie all’introduzione di nuovi sintetizzatori nel nostro setup e a un approccio radicalmente diverso. Se in passato tendevamo a riempire gli spazi sovrapponendo molti layer di suono, oggi abbiamo compreso l’importanza della sottrazione.
Lavoriamo con maniacalità sulla precisione del sound design, ed è anche per questo che abbiamo scelto con cura i nostri collaboratori.


