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“Una solitudine troppo rumorosa” è un disco che sembra nascere già esausto, come se avesse attraversato troppe finestre aperte, troppi feed, troppi frammenti di identità lasciati in buffering. Con questo primo EP, Taglialucci costruisce un paesaggio emotivo freddo e saturo, dove la solitudine non coincide mai con il silenzio, ma con l’impossibilità di sottrarsi al rumore.

Il riferimento al romanzo “Una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal non viene usato come ornamento colto o esercizio citazionista, piuttosto Taglialucci ne assorbe il nucleo meccanico e tragico, trasportandolo dentro il presente digitale: la pressa di Hrabal qui diventa l’algoritmo, l’accumulo compulsivo, l’esposizione permanente per dimostrare al mondo di esistere. Ogni brano sembra schiacciato sotto il peso di informazioni che non producono conoscenza, ma soltanto stanchezza. Una stanchezza lucida, quasi amministrativa.

Dal punto di vista sonoro, l’EP muove da coordinate synth-pop e post-wave per sabotarle dall’interno. Le melodie emergono e subito si deteriorano, come se una corrente sotterranea che corrodesse tutto ciò che potrebbe diventare consolazione. Non c’è nostalgia analogica né estetica rétro, il disco suona contemporaneo proprio perché rinuncia alla pulizia, come se fosse pura distopia raccontata sotto forma di suono. Niente redenzione, niente via d’uscita, niente disagio trasformato in epica personale. Rimane fermo dentro l’ibernazione che descrive: “Validato, Disposto, Archiviato”. Tre parole che sembrano il vero manifesto del disco. L’essere umano ridotto a pratica da protocollare, emozione convertita in procedura. Un isolamento pieno di voci, notifiche, immagini residue. Una stanza sovraffollata dove, nonostante tutto, non c’è più nessuno.