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Con “CASAMAI”, SELÁM affronta uno dei sentimenti più complessi e universali della crescita: la sensazione di non riconoscere più come propria una casa, un luogo o una parte della propria vita che per anni hanno rappresentato un punto di riferimento. Un brano intimo e sincero che si accompagna a un docufilm nato dall’ascolto delle storie degli altri, trasformando un’esperienza personale in una riflessione collettiva sul significato di appartenenza, memoria e identità.

Abbiamo parlato con SELÁM del percorso che ha portato alla nascita di “CASAMAI”, del rapporto tra passato e presente e di quel delicato equilibrio tra il lasciare andare e il continuare a custodire ciò che siamo stati.

“CASAMAI” parla della sensazione di sentirsi lontani da una casa che un tempo ci apparteneva. C’è stato un momento preciso della tua vita in cui hai capito che stavi raccontando anche te stessa?

Questo pezzo mi ha trovata in un momento strano. Vivevo in un’altra città e attraversavo una fase in cui, potenzialmente, tutto poteva essere casa, ma niente lo era più davvero. Tutto è partito dall’idea di casa intesa come luogo, ma col passare dei mesi mi sono resa conto che quel concetto occupava uno spazio molto più ampio dentro di me. Includeva le mie amicizie, i luoghi che frequentavo, i miei familiari, i miei ricordi. Tutto ciò che era sempre stato “casa”, in qualche modo, a un certo punto aveva smesso di essermi familiare.

Mi sono interrogata molte volte sull’origine di questa sensazione, che spesso portava con sé anche un enorme senso di colpa: la volontà di tornare a casa si mescolava all’esigenza di starne lontana.

Ho scritto questo brano di getto, con poche parole nel ritornello che si ripetono come un mantra.

Nel progetto convivono una canzone e un docufilm. Cosa ti hanno insegnato le testimonianze delle persone coinvolte sul significato di casa e di appartenenza?

L’idea del documentario è nata subito dopo, dal desiderio di chiedere agli altri di raccontarsi. Ascoltare le loro parole mi ha fatto capire quanto tutti abbiano storie incredibili da condividere. Mi sono sentita meno sola, perché ho compreso che “avere una casa che non ci manca più” è una sensazione molto più comune di quanto credessi.

In questo ho trovato cura, amore e speranza. Spero di averne restituito almeno una parte.

Le tue origini, l’adozione e il tuo percorso personale rendono il tema dell’identità particolarmente delicato. Quanto di questa esperienza ha influenzato la nascita di “CASAMAI”?

Non credo. La mancanza che senti verso una vita che non hai mai conosciuto davvero, ma di cui provi comunque un’inspiegabile nostalgia, è diversa da quella che ho provato quando ho scritto CASAMAI. In quel caso avevo ben presente cosa mi stesse mancando, eppure quell’idea di casa non mi apparteneva più come un tempo. Non ci trovavo più somiglianza, e questa cosa mi spaventava.

Nel brano racconti che alcune case smettono di assomigliarci e alcuni luoghi smettono di aspettarci. Pensi che crescere significhi imparare a lasciare andare oppure trovare nuovi modi per sentirsi a casa?

Credo che sia un mix di entrambe le cose. A volte certi luoghi smettono di aspettarci, e a noi smettono di mancare. Lasciare andare è molto complesso e forse farlo fino in fondo non è nemmeno possibile, non lo so. Però provare a trovare uno spazio per le cose che non ci appartengono più, quello sì.

È difficilissimo, ovviamente, perché custodire con cura e affetto il ricordo di qualcuno o qualcosa che non ci è più accanto come prima, o che non ci somiglia più, richiede tempo e non è mai semplice.