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Un titolo come “Cerebro_Mundi” la dice lunghissima. E se tempo fa Ottodix ragionava su come fare un backup dell’uomo, oggi per metà disco si interroga sulla genesi del pensiero, delle scelte, della Santa Amigdala nostra madre cognitiva, e per altra metà disco si immerge di nuovo nell’iper-spazio, dove pianeti e geometrie segnano la via e la ratio. È sempre così: ogni disco e ogni intervista ad Alessandro Zannier è un saggio tra suoni, società e sintesi. Vertici assoluti di politica in senso alto direi. Così ora: questo nuovo disco uscito per Gelo Dischi e distribuito da Believe si avvale anche di Flavio Ferri a dirigere i suoni e percepisco più forma nelle canzoni, più quadrature distopiche e distorsioni ferrose… esiste l’orchestrazione ed esiste il pop. In tutto questo la New-Wave che sempre ha colorato il suo modo di fare musica, vive e vegeta nei mille piani di lettura che ha ogni angolo di video, di installazione e di suono dell’opera di OTTODIX. Da leggere con attenzione l’intervista che segue…

L’uomo, il suo DNA, oltrepassare i confini del cielo e poi rituffarsi nell’infinitesima particella. Ora il cervello… possiamo dire che da sempre la tua musica ha avuto risvolti antropologici?

Certamente, alla fine tutti i voli pindarici tra tecnologia, scienza e materie come geo storia o astronomia che mi sono fatto in questi anni avevano e hanno sempre lo scopo ultimo di mettere al centro l’uomo e le sue dinamiche di specie e di società. Vedi, io ho sempre detestato profondamente il sopruso, la disparità e l’arroganza con cui chi ha potere o fortuna pretende con scuse campate in aria, di esercitare la sua forza sulla moltitudine che non ne ha. Soprattutto quando tende politicamente a convincerti del contrario. Per me la scienza, la logica, la razionalità, la storia, perfino la matematica, sono le uniche argomentazioni autorevoli che si possono ancora sbattere in faccia a certe persone.  Quel “carta canta”, quel dato inconfutabile per il quale posso dirti che sei un bastardo senza appello, senza sentirmi bollato come fazioso. La natura, gli habitat e la fisica sono strapieni di schemi che dimostrano l’assurdità dell’approccio capitalista ad esempio, del colonialismo, la crescita economica perpetua, la guerra come risoluzione di problemi energetici. Cose sulla carta a prova di idiota, ma se non c’è una preparazione culturale media nella gente, minima, per accogliere queste letture, si rimarrà sempre sostenitori entusiasti dei propri carnefici. Per questo la diffusione della cultura spaventa, ma è linfa fondamentale.

E se l’uomo è il centro, ti affascina il suo istinto o la sua razionalità?

Ho una sorta di solidarietà leopardiana verso l’umanità con la quale non vedo l’ora di riconciliarmi al minimo segno di distensione, dato che sono un idealista impenitente. Mi fa tuttavia ribrezzo l’ottusa ingenuità con la quale la gente si butta a capofitto in schematizzazioni grossolane della realtà. Viviamo in un mondo complesso, ma abbiamo tecnologia e un’istruzione minima che in altre epoche non avevano, connessioni video con gli antipodi, con i campi di battaglia e le tv, capacità di fare rete, eppure per pigrizia scegliamo sempre le narrazioni più spartane o che facciano al caso nostro. L’empatia è sparita del tutto. Questa cosa è spaventosa, per questo ho voluto andare a fondo e capire i circuiti e i cortocircuiti del nostro cervello animale, prima ancora che fare analisi sociale. Cosa si inceppa dentro al nostro di cervello e cosa lo fa regredire a volte a quello dei rettili.

Questo disco con la direzione artistica di Flavio Ferri, forse per alcuni momenti sembra essere un momento raro, quello di vederti impegnato con suoni “post-rock” e “psichedelici” (le virgolette sono dovute). Ha senso questa mia impressione secondo te?

Forse so cosa intendi, anche se non sono mai stato uno psichedelico negli ascolti. Volevo un album con sonorità graffianti, più aggressive, in linea con il cinismo dei testi. “Arca”, il precedente, era un viaggio onirico nella fantascienza delle stazioni spaziali e quindi la morbidezza dei synth tra il moderno e il vintage ovattava tutto in una calda bolla di plastic-sound a cui faceva da contrappunto il calore del piano a coda di Loris Sovernigo. Su “Cerebro_Mundi” invece, serviva il clangore metallico dei Nine Inch Nails, l’elettronica ruvida “90” dai synth distorti e le voci filtrate allo spasimo e il dark teatrale di “Army of me” di Bjork. Ci sono dei guizzi di chitarra di Giovanni Landolina, ma anche elementi molto diversi dal mio solito standard, come le orchestrazioni da music hall per “Il ciclo dell’acqua” per cui ho lavorato moltissimo di stesura e il cantato teatrale di “Escalation” che è più un’arringa gridata finale contro l’Occidente, che una canzone. Sicuramente post rock in tal senso.

In questo disco comunque resta vivo l’interesse per il “planetario”. Perché questa digressione? In che modo colleghiamo il cervello alle stelle?

Sì, amo il concetto sferico di pianeta-cellula-habitat. Impone una visione a tutto tondo senza angolazioni privilegiate. Ho scritto “Planisfera” nel 2017 per l’album “Micromega” e da lì è nato l’album “Entanglement” nel 2020, un giro attorno ai continenti e poi “Arca” un’astronave colonia con una città stato sferica al centro. In questo disco più che collegare il cervello alle stelle, direi all’”Habitat Mundi”, come lo chiamo io. La spettacolare e intricatissima trama del cervello umano che conta da solo più connessioni di tutti i computer sulla terra, mi ha suggerito su vasta scala di guardare alla rete dell’habitat planetario come a un’unica gigantesca rete di sinapsi di un organismo cervello. Se guardi il mondo dal punto di vista medico e alle correlazioni tra esseri viventi come ad un unico organo vitale, capisci bene che ogni parte decidiamo di danneggiare di questo habitat, è un danno vitale che infliggiamo al nostro stesso corpo. La canzone “Micropsiche” che apre il disco è emblematica; esalta la coscienza umana come frutto di sotto coscienze di cellule, microbi, batteri e virus consorziatisi, che hanno creato il cervello come sala comandi, che risponda alle esigenze chimiche dell’habitat-uomo, inventando come stratagemma l’illusione di essere “uno”, di essere “io”, su scala maggiore. Questo potrebbe dunque valere anche su scala più grande per ogni singolo uomo, animale, batterio, vegetale che popola l’Habitat Mundi terrestre. Potremmo guardarci come un unico organismo iper connesso, fatto di reti artificiali e reti naturali.

Ed è inevitabile chiederti se hai associato un’opera materica al suono e al concetto di questo disco… una nuova parabola che proietta scimmie nello spazio?

Certo, ci sto lavorando, anche se non più con le scimmie. Oramai il mio lavoro è a cavallo tra arte digitale, decodifica dei bigdata ambientali e opere fisiche, pittoriche o scultoree allo stesso livello. Nel 2025 ho esposto una sorta di “prequel” di questo concept album al M9 Museo del ‘900 di Mestre, ospite di una importante mostra sugli Impressionisti di Le Havre. Ho creato un’installazione immersiva su 400 mq di sala con 13 proiettori in cui ho messo in scena con un. montaggio sempre più serrato l’escalation dei dati sull’involuzione culturale delle società correlato con l’escalation dei danni climatici ambientali. Lì compare per la prima volta il cervello globale.  Il brano “Escalation” è la sintesi del sonoro di quell’opera, con l’aggiunta del testo cantato-gridato. La prossima opera la potrete vedere alla Fabbrica del Vapore a Milano dal 5 giungo fino a settembre, nella collettiva “La misura dell’UNO” ed è un’installazione dedicata alla fragilità del sistema idrico mondiale, dei mari e soprattutto dell’esigua quantità di acqua dolce, per la quale faremo le prossime guerre.