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Dall’unione tra la passione per il basket e l’attitudine punk nasce Kanestri. In questa intervista esclusiva per MEI Web, l’artista ci svela la genesi del nuovo singolo “Arcobaleni”, l’importanza viscerale della dimensione live e le prime anticipazioni su “Difetti di fabbrica”, il suo primo album in uscita il 19 giugno.

Il tuo nome d’arte evoca il mondo del basket, ma la tua musica parla di “fare centro” mancando il canestro. Ci racconti come è nata questa metafora e come si riflette nel tuo amore per la musica?

Ciao ragazzi, è un piacere scambiare qualche parola con voi. Il nome Kanestri nasce da un mix di due mie grandi passioni che hanno di certo plasmato la mia vita: il basket e il punk. E questo “frankenstein” è in realtà tutto ciò che sono quando mi guardo allo specchio. Credo che ognuno di noi provi a “fare canestro” nella vita con le risorse e i mezzi di cui dispone, a volte scavando tra le macerie di qualche casino nel quale si è trovato. Io, ad un certo punto della mia storia, ho capito che la musica era il linguaggio che più di tutti mi permetteva di sentirmi leggero, far uscire la mia anima e camminare con uno sguardo curioso verso il futuro.

Qual è stato il momento più gratificante della tua carriera, magari quel “canestro” inaspettato che ti ha dato la forza di continuare a scrivere?

Non amo le gratificazioni e, senza dubbio, ciò che mi motiva di più sono i canestri sbagliati. La mia carriera ha decisamente poche pagine all’attivo, ma i momenti più gratificanti non li associo ad obiettivi raggiunti; questi ultimi sono solo la reale conseguenza del lavoro svolto giorno dopo giorno. Qualcosa di simile alla gratificazione ti bussa alla porta quando finisci di scrivere un pezzo, quando scovi quella melodia particolare o quando porti a casa una nuova esperienza in studio. Sono un fottuto sognatore, difficilmente mi sento gratificato per le banalità. Ho imparato, però, a gioire con poco.

“Nel buio” e “In rotta con lo sport” hanno segnato tappe importanti, ma ora arriva “Arcobaleni”. Ci puoi raccontare l’idea dietro quest’ultimo brano e come si è sviluppata la produzione curata da Davide Maggioni?

“Arcobaleni” è un brano che racconta la follia del non disimparare a voler bene a qualcuno. Quel dire “mi manchi” anche se non c’è una controparte interessata al gesto. Accettare i cambiamenti è molto doloroso, ci si sente impotenti, fragili e a volte umiliati. La vera forza, però, è capire quali sentimenti ti spingono verso una direzione e non contaminarli solo perché qualcuno si è messo di traverso: questa è la vera poesia. Restano lì, sono per sempre i tuoi e di nessun altro. In merito alla produzione posso dire che con Davide mi trovo benissimo, rispetta le mie caratteristiche e le riempie di esperienza e professionalità. Ricerchiamo il nostro suono lavorando come bambini al parco giochi: lo stress non è di casa. Avanti!

I tuoi pezzi sembrano legati da un filo conduttore che parla di resilienza e della difficoltà di “disimparare a voler bene”. È questo il messaggio principale che vuoi trasmettere ai lettori del MEI?

La mia vita è un disastro e scrivo canzoni per rimettere a posto i pezzi. Parlo per lo più delle mie cose, ma anche di ciò che noto attorno a me. Non so mai bene dove voglio andare a parare: leggo molto, mi appunto frasi su frasi e non ho il dono della sintesi. Sono un nostalgico che guarda al futuro con occhi di fuoco. Di una cosa però sono certo: per me scrivere una canzone non somiglierà mai ad un compito da fare. Ho la necessità emotiva di sentirmi aperto e libero, anche di sbagliare.

Vuoi spiegare ai nostri lettori com’è nata l’idea delle tue cover? Hanno sempre un impatto visivo molto diretto e simbolico.

Credo sia un altro modo per dare da mangiare alla mia creatività. Mi piace molto l’idea di associare ad un brano una cover che ne rispecchi l’identità. O forse sono solo un perfezionista del c@zzo!

Hai iniziato quindici anni fa con le band punk della provincia marchigiana. Quanto è importante per te oggi la dimensione live per trasmettere l’urgenza emotiva dei tuoi testi?

È fondamentale, soprattutto perché mi permette di farmi scoprire e capire davvero dagli altri, gettando nel grigio questi filtri social dove sembriamo tutti dei supereroi. Suonare live, ed esibirmi in generale, è la cosa che più mi piace fare, che sia un contesto acustico con poche persone o un festival con tante band. Adoro l’atmosfera magica che si crea ogni volta che c’è una performance: mi sono sempre trovato più a mio agio sopra il palco che sotto.

Prossimi impegni? Sappiamo che “Arcobaleni” è l’ultimo passo prima del tuo disco d’esordio: cosa puoi anticiparci sull’uscita di giugno?

Il 19 giugno uscirà il mio primo album. Ho deciso di intitolarlo “Difetti di fabbrica”. Credo sia il vero punto di partenza del mio percorso artistico. All’interno ci saranno le canzoni che raccontano i momenti più significativi degli ultimi tre anni della mia vita. Un periodaccio, eh! Ma ha risvegliato in me la creatività, facendomi capire chi volevo realmente essere. E non poteva accadermi di meglio.

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