Ascoltare Luisenzaltro significa accettare di perdersi. Soprattutto nelle parole, che sembrano continuamente sabotare il loro stesso significato. “Irragionamorevole” è un disco che gioca con il linguaggio, tra equivoci e contraddizioni. In questa conversazione abbiamo provato a capire cosa succede quando la grammatica incontra il sentimento e decide di non rispettare più le regole.
Il tuo uso di neologismi sembra quasi una necessità. Quando nasce una parola nuova?
È una fulminazione. Indecidibile. E imprevedibile. Ma anche un vizio. Sorge sempre mentre mi sto occupando di altro. Il ritrovamento di corrispondenze etimologiche rivela ancestrali gesti e antiche usanze ricorrenti nel mondo umano. Sperimentare parole è una mia gioiosità e probabilmente mi aiuta a disorgarmonizzare l’esistenza e il suo caos. È un modo di fare, per modo di dire, che sorge per l’esigenza di considerare simultaneamente i poli contrari di ciò che tratto.
Quanto è importante per te la musicalità delle parole rispetto al loro senso?
I significati definitivi soccombono di fronte al suono e la loro equivocazione può spostare la frontiera del senso comune. Non sono un grande amante delle rime baciate, preferisco le assonanze della paronomasia che è una figura retorica da me molto usata nei testi. La vera musicalità verbale mi sembra si riveli poi nel suo gioco con i vuoti e i silenzi alla ricerca di dinamiche mobili pur agendo su misure delimitate.
I testi sono centrali nel tuo progetto. Che rapporto hai con la tradizione della canzone d’autore italiana?
Son cresciuto in una famiglia operaia senza mai musica accesa in casa. Poi a 12 anni sentii quasi clandestinamente “Vedrai, vedrai” di Tenco. La melodia e la voce mi fecero piangere ma anche stare bene. Era la prima volta in cui probabilmente mi commuovevo. Poi negli anni capisci la modernità e la bellezza di quel pezzo. È da allora che quella stessa poetica disperata vitalità la continuo a cercare. L’ho trovata in altri autori come Dalla, Flavio Giurato, Battiato, Battisti, Garbo, Benvegnù. Anche nei miei amati Bluvertigo, Soerba e LaSintesi.
Oltre a scrivere canzoni sei anche autore di libri. Come vengono affrontati questi due processi? Che differenze ci sono (se ce ne sono) nel tuo approccio alla scrittura?
Come dico spesso, io vengo dal tragico anche se poi magari risulto comico. E come ci insegna Beckett “niente è più comico dell’infelicità”. Effettivamente cerco la sdrammatizzazione dell’equivoco del paradosso e delle contraddizioni in entrambi gli ambiti. La scrittura parte da una disillusione, da uno sgomento inebriante o dilaniante, in tutti e due i processi. E in ambo le aree non è consolazione ma considerazione.
Se dovessi descrivere la tua musica con una parola che non esiste ancora, quale inventeresti?
A me gasano quelli che pur avendo un background alternativo tentano la canzone pop. Qualche anno fa l’ottimo Francesco Carrubba, che saluto, recensendo il mio secondo album “Aspronautica” sulle pagine di Rockit ha definito la mia musica “Cantautoraltro”. Affacciato come sono sull’abisso di tutto quello che ancora io non so, e dunque su tutto ciò che è appunto “Altro”..beh trovo al momento che sia un neologismo (o un altrologismo) che funziona.




