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Da quindici edizioni consecutive di Piano City Milano a concerti nei luoghi simbolo della musica internazionale come il Cavern Club, Fabrizio Grecchi ha trasformato negli anni “Beatles Piano Solo” in qualcosa che va ben oltre il semplice concerto.

Un progetto nato quasi per caso proprio grazie a Piano City Milano e diventato col tempo uno spazio di condivisione collettiva, dove il pianoforte incontra il pubblico in modo diretto, spontaneo ed emotivo. Tra arrangiamenti che cambiano ogni sera, reinterpretazioni fedeli allo spirito dei The Beatles e ricordi indelebili da Liverpool a New York, Grecchi racconta il legame profondo con uno spettacolo che continua a evolversi concerto dopo concerto.

Dopo 15 partecipazioni consecutive a Piano City Milano, cosa rappresenta oggi questo festival per te, sia artisticamente che umanamente?

“Ci vorrebbe un’intervista per parlare solo di questo! In realtà, e lo racconto anche nei miei spettacoli, Beatles Piano Solo è nato proprio grazie a Piano City. Durante la prima edizione, dove mi ero iscritto per un House Concert, ricevo una mail dove Piano City cercava per Pianotram un pianista che facesse i Beatles.

Per me è stato istintivo rispondere ‘IO!’ e nel giro di un minuto mi hanno risposto che avrei fatto il concerto. Ma c’è un dettaglio: non avevo nessun brano dei Beatles pronto perché in realtà lo spettacolo non esisteva, ho risposto solo perché mi sembrava un’idea carina mettermi a disposizione dato che mi piacevano i Beatles!

Questo legame direi che va ben oltre la parte umana e artistica.”

Beatles Piano Solo nasce dai brani dei Beatles ma sembra andare oltre il concetto di tributo. In che modo riesci a trasformare canzoni così iconiche in qualcosa di personale e vivo ogni volta?

“Ho scelto di non trasformare la melodia e la struttura del brano. Questi due aspetti sono importantissimi nelle loro canzoni. La mia reinterpretazione è incentrata sulla parte armonica e sul tempo.

In questo modo i brani sono comunque riconoscibili ed è quello che voglio. I Beatles sono stati i miei maestri di vita, non solo di musica. Anzi una volta la vita me l’hanno addirittura salvata. Per questo motivo non è un tributo ma un ringraziamento.

Poi c’è la vita intesa come quello che ci succede tutti i giorni. Quello fa tanto. Magari preparo un arrangiamento e poi quando sono sul palco lo cambio, o addirittura faccio un altro brano. Per questo lo spettacolo è diverso ogni volta.”

Nei tuoi live il pubblico non resta semplice spettatore, ma entra dentro il concerto cantando e partecipando. Quanto conta per te creare questa dimensione collettiva della musica?

“È fondamentale! Ci tengo tantissimo a coinvolgere le persone. Di solito il pubblico ‘partecipante’ è nei grandi concerti rock o pop, su grandi palchi, con le luci, gli effetti, negli stadi.

Far entrare la gente dentro ai brani solo con il piano non è altrettanto semplice. Devo dire che gran parte del lavoro lo fanno le canzoni. La gente le canta in modo naturale.

Poi io aggiungo delle cose in più che aiutano il pubblico a sentirsi parte dello spettacolo. Il concerto di piano solo nell’immaginario collettivo è un po’ serioso, passivo, anche se ci sono delle eccezioni — uno su tutti Stefano Bollani.

Io non sono un vero jazzista e nemmeno un pianista classico, cerco di essere me stesso con pregi e difetti. Mi piace che le persone partecipino e si divertano con me. Tutto qui.”

Hai portato questo progetto in luoghi simbolici come il Cavern Club di Liverpool e davanti a migliaia di persone in giro per il mondo. C’è stato un momento in cui hai capito che Beatles Piano Solo stava diventando qualcosa di molto più grande di un concerto?

“C’è un momento preciso. Ero a New York nel 2016 a suonare in un locale a Greenwich Village. Praticamente nel tempio del jazz.

Ed ero seriamente preoccupato sapendo che il mio concerto non aveva nulla a che fare con il jazz, in piano solo oltretutto. Mi immaginavo già le critiche, se non addirittura fischi o roba varia appena salito sul palco.

Addirittura cinque minuti prima di iniziare chiesi al mio manager locale: ‘Ma siamo sicuri che la vogliamo fare sta cosa?’.

Andò benissimo.

Liverpool è stata comunque una grande emozione, ma anche per questo ci vorrebbe un’intervista a parte.”