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“Blackout” è il nuovo singolo di Halley, un brano intimo che affronta il tema della difficoltà di sentirsi parte di una società spesso troppo standardizzata. Attraverso una scrittura essenziale e sincera, l’artista racconta il senso di inadeguatezza, le insicurezze e la solitudine che possono nascere dal non riconoscersi nei modelli dominanti.

 

Il pezzo si sviluppa su un piano fortemente introspettivo: da una parte il sentirsi diverso tra gli altri, dall’altra un confronto interiore che amplifica dubbi e paure. Halley sceglie però di non nascondere queste fragilità, trasformandole in un elemento centrale del suo linguaggio artistico.

 

“Blackout” diventa così non solo un racconto personale, ma anche uno spazio in cui chi ascolta può ritrovarsi. In questa intervista, l’artista approfondisce il significato del brano e il suo rapporto con la scrittura.

 

“Blackout” sembra nascere da un momento molto personale: quanto è stato difficile mettere a nudo queste emozioni?

In realtà quasi zero, io mi sono sempre messo a nudo con la musica poiché è sempre stata parte integrante di me, non ho mai vissuto difficoltà nell’espormi o aprirmi tramite essa.

 

Nel brano parli di insicurezza e paura: sono sensazioni che senti ancora oggi?

L’insicurezza è un tratto che finalmente (dopo tanti sforzi) sono riuscito a risolvere, rimane un po’ la paura, ma perché è parte di me. Io sono sempre stato un tipo (a volte anche esageratamente) molto ansioso e paranoico quindi credo sia quasi un tratto distintivo. D’altronde è proprio per paura che scrivo certe volte, perché vedo nei testi un rifugio.

 

Ti riconosci nella definizione di artista “introspettivo”?

Assolutamente sì. La musica la vedo come parte integrante della mia persona, io letteralmente per scrivere guardo me stesso e cerco di prendere ispirazioni solo da ciò che sento.

 

Scrivere questo pezzo ti ha aiutato a comprenderti meglio?

Sì e no. È stato sicuramente parte integrante della crescita, ma fa parte di un insieme di tanti pezzi, anche mai registrati, che mi hanno permesso di analizzarmi al meglio.

 

Quanto conta per te sentirti compreso da chi ascolta la tua musica?

Troppo, forse addirittura più del dovuto. Ne parlo nel mio singolo precedente, “Star”, dove dico che per me è molto importante essere compreso. Specifico: più che cercare comprensione spero che gli altri la trovino in me. Mi sentirò “arrivato” non per i numeri, ma quando ci sarà qualcuno che

starà meglio grazie a ciò che scrivo.

 

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che “Blackout” era completo?

In realtà no, era una canzone di cui inizialmente non prevedevo neanche l’uscita. Poi l’ho fatta ascoltare e ho visto che è piaciuta molto, da lì ho iniziato a vederci il potenziale.

 

La solitudine che racconti è più una condizione o una scelta?

È sempre stata una condizione, certo, avevo i miei difetti ma ancora oggi non capisco come mai ho vissuto così tanto in solitudine. È una condizione a cui quasi avevo fatto l’abitudine, poi fortunatamente ne sono uscito ma forse oggi tornare in quel modo è la mia più grande paura.

 

Se potessi parlare al te stesso di quel giorno, cosa gli diresti?

Che non deve essere lui a cambiare per piacere, ma deve mostrare se stesso e stare solo con chi ci trova davvero qualcosa nel vero lui.