Con “Collected Sounds Vol.II” Diana Winter non accetta compromessi e continua il suo percorso fatto di musica vera, senza fronzoli e “tecnologia” inutile. Ne abbiamo parlato con lei in questa nuova intervista.
Ciao Diana. Questo nuovo “Collected Sounds Vol. II” nasce ancora da un’esigenza di andare controcorrente: quando hai capito che volevi proprio allontanarti dal suono tanto perfetto quanto artificiale che oggi è diventato un trend consolidato?
Quando la tecnologia — che io accolgo, come accolgo tutte le forme di sperimentazione e innovazione — si trasforma in un modo per imbrogliare, allora per me si perde qualcosa di essenziale. E da questo punto di vista, paradossalmente, sono anche grata a certe tendenze di oggi: perché finiscono per mettere ancora più in risalto le capacità di chi, come me, continua a fare musica nel senso più autentico del termine. Cioè dal punto di vista performativo, mettendo davvero le dita sugli strumenti e cercando, molto semplicemente, l’espressività e la bellezza del suono.
Avete registrato tutto in presa diretta, senza correzioni: com’è stato stare dentro quell’energia lì? C’è stato un momento in studio che ti è rimasto particolarmente addosso?
Per me, essendo abituata al live, suonare in presa diretta equivale a suonare davvero. Certo, registrare un disco sovraincidendo le tracce dei singoli strumenti richiede probabilmente un grado di perfezione esecutiva ancora maggiore, se non si vuole ricorrere a correzioni artificiali o all’abuso dell’editing. Ma per me suonare è soprattutto questo: stare nel qui e ora, vivere il presente, respirare l’interazione con gli altri strumenti e lasciarsi contaminare dall’energia degli altri musicisti che sono con te in una stanza. Quando si condivide davvero, nello stesso momento, la stessa idea musicale, quella musica si amplifica e raggiunge un livello di energia, significato e bellezza ancora più profondo.
Parli spesso di “imperfezione” come valore: c’è un errore o un dettaglio imperfetto nell’EP che alla fine è diventato il tuo preferito?
Quando parlo di imperfezione, lo faccio quasi in senso catartico. In realtà sono una perfezionista, quindi non potrei mai dirti che accolgo l’imperfezione senza essere severa con me stessa. E infatti questo album è stato anche una prova personale: un modo per mettermi alla prova rispetto ai miei limiti, rispetto alla percezione che ho di me stessa. È stato come dirmi: “Mi accetto per quella che sono e questo è il meglio che posso fare oggi”.
Nel disco si sente molto il dialogo tra i musicisti: quanto è cambiato il tuo modo di lavorare rispetto a produzioni più costruite e stratificate?
Il mio approccio non è cambiato, anzi: cerco di non farlo cambiare affatto. Negli ultimi tempi, nelle cose nuove che sto facendo, sto cercando persino di ridurre al minimo la preproduzione. Voglio suonare fin dall’inizio tutto con strumenti veri, proprio per trovare subito quel suono umano, quella dimensione autentica che continuo a cercare.
Tra i brani c’è anche “8 (circle)” con Andrea Faustini: com’è nata questa collaborazione e cosa ha portato di nuovo al progetto?
La collaborazione con Andrea è nata da una grande amicizia, che a sua volta è cresciuta da una collaborazione iniziata nel 2019, quando abbiamo fatto il primo tour insieme con Giorgia. Da lì si è creato un rapporto che va ben oltre la musica. In più, essendo uno dei miei vocalist preferiti, desideravo da tempo confrontarmi con lui in un contesto più neutrale per entrambi: uno spazio in cui potessimo sorprenderci a vicenda. E spero che siamo riusciti a sorprendere anche chi ci ascolterà.
Questo progetto sembra quasi un manifesto artistico: secondo te oggi c’è ancora spazio per una musica così “vera” nel panorama attuale, o è una piccola forma di resistenza?
A questa domanda posso risponderti tra una ventina d’anni: per ora, resisto.




