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La Mareviglia, il nuovo lavoro di Borromini. Già dal titolo — unione evocativa tra mare e meraviglia — il disco si presenta come uno spazio simbolico in cui convivono smarrimento, memoria e stupore. Otto “canzoni-film”, come le definisce lo stesso artista, che si muovono tra cantautorato e immaginario cinematografico, inseguendo una bellezza irregolare, mai addomesticata. In questa intervista Borromini ci accompagna dentro la poetica di un progetto che sceglie l’imprevisto, gli oggetti con un’anima e il diritto di continuare a meravigliarsi.

“La Mareviglia” è una parola che unisce mare e meraviglia: quanto c’è di smarrimento e quanto di ritorno in questo disco?

“Lo smarrimento è parte del viaggio, ed è una delle sensazioni che il disco attraversa più spesso. La Mareviglia contiene otto piccole canzoni-film, a cavallo tra cantautorato e colonne sonore.
Il mare è una forza indipendente da noi, come la vita: mentre cerchiamo di orientarci, le onde ci portano altrove.

Non mi è mai piaciuta la coerenza: oggi ci chiedono di essere chiari, riconoscibili, ripetitivi, quasi ‘prodotti’ da vendere. Io invece cerco la complessità, l’imprevisto, anche a costo di smarrirmi.”

Nel progetto sembra esserci una forte nostalgia per qualcosa che non abbiamo vissuto: da dove nasce questa sensazione e cosa rappresenta per te oggi?

“La mia nostalgia nasce dal vivere costantemente in bilico tra più possibilità. Sono nato a Napoli, cresciuto ai Castelli Romani, con radici diverse tra loro: nobili e popolari, protestanti e cattoliche.
Questa molteplicità mi ha lasciato in uno stato di nostalgia perenne per tutte le vite che non ho scelto o che ho scelto solo parzialmente.

Viaggio molto per lavoro, e mi rendo conto che spesso vivo ‘pezzi di vita’ in un luogo, per pochi giorni, per poi lasciarlo lì: una forma di appartenenza incompleta.”

Hai costruito il suono partendo da strumenti reali, quasi “antichi” o giocattolo: è un modo per resistere alla velocità del presente e tornare a qualcosa di più umano?

“Non c’è una filosofia predefinita: sono sempre stato attratto dagli oggetti.
Ogni strumento utilizzato porta con sé una storia — un tamburo trovato a Catania, un pianoforte carillon degli anni ’30, un’arpa giocattolo, una macchina da scrivere degli anni ’70.

Questi oggetti entrano nelle canzoni come presenze vive, anime.
Più che alta fedeltà infatti, direi che il disco suona ad alta ‘animosità’.”

Dici che scrivi per chi vuole ancora meravigliarsi: secondo te oggi è più difficile emozionarsi… o semplicemente abbiamo smesso di concedercelo?

“Siamo diventati tutti più scafati, più maliziosi, più ‘vecchi’. Se guardiamo i documentari degli anni ’50 o ’60, colpisce il candore, la capacità di stupirsi delle piccole cose, adesso siamo immersi in un flusso continuo di immagini e ‘spiegoni’, e questo riduce lo spazio della sorpresa: abbiamo già visto tutto.

In fondo, tutto il disco nasce da lì: dalla paura di perdere la meraviglia, e dal tentativo, forse ingenuo, di trattenerla ancora per un po’.”