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Nel trentesimo anniversario della pubblicazione di Il Ballo di San Vito (1996), Vinicio Capossela porta al Locus Festival di Locorotondo un concerto speciale che ne ripercorre l’esecuzione integrale.

«Più che un disco, Il Ballo di San Vito è stato una vicenda» spiega il cantautore. Una storia nata tra le città e le statali fangose della pianura, sospinti nel paese come in un grande flipper.

Non è solo un anniversario: è piuttosto un’occasione per rimettere in circolo quelle canzoni, come si riapre una pista da ballo rimasta chiusa troppo a lungo.

La sovversione su ruote di quel disco — dopo avere attraversato guard rail, periferie dell’animo e accolite di rancorosi — finiva sulle rive del Po con “Il tanco del Murazzo”, sulla cui banchina si sollevava il grande tacchino d’oriente: una visione che avrebbe generato due anni dopo Live in Volvo e, qualche stagione più tardi, Ovunque Proteggi.

Il disco, inciso tra Bologna e altre case temporanee, vedeva la partecipazione di musicisti d’eccezione, tra cui il chitarrista Marc Ribot, qui alla sua prima collaborazione con Capossela.

Per il concerto di Locorotondo l’idea è quella di riportare sul palco l’intero Ballo di San Vito, lasciando poi spazio ad altri dischi che quest’anno sono toccati da anniversari importanti.

Perché Il Ballo di San Vito non è mai stato un disco da ascoltare seduti. L’infiammazione che l’ha generato costringe al movimento. Del resto, anche dopo trent’anni, il muschio non si è formato sopra il sasso.