“Yago”, il primo tassello del nuovo lavoro di LAZZARO pubblicato per l’etichetta Rizoma, mette insieme immagini dure e immediate: il cantiere, il lavoro, il senso di rivendicazione con una scrittura che non cerca filtri. Al centro c’è il bisogno di affermarsi, di trovare un posto nel mondo senza dover abbassare la testa, mentre intorno si muovono simboli e figure che amplificano questo stato emotivo, come quella di Yago, per l’appunto, presenza istintiva e allo stesso tempo sorprendentemente fragile.
Ne abbiamo parlato con Lazzaro partendo proprio da lì: dalla rabbia, dal lavoro, e da quella ricerca ostinata di uno spazio in cui riconoscersi davvero.
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INTERVISTA
1. Il brano si apre con una frase molto forte, “Voglio quello che mi spetta”, una dichiarazione molto diretta: è più una richiesta o una presa di posizione?
Quando scrissi Yago lavoravo con mio padre e le giornate in cantiere erano lunghe e faticose. La sera ero troppo stanco per suonare o buttare giù nuove idee.
Inizialmente pensavo di essere l’unico a lamentarmi (mi chiamavano “il cantante”) ma alla fine tutti quelli che ho conosciuto avrebbero desiderato essere altrove oppure essere ricoperti d’oro per la fatica e i torti subiti da una vita. Io ero una comparsa, ma loro avevano davvero la schiena spezzata. Senza contare le infinite storie di prestazioni da decine di migliaia di euro non pagate, i classici problemi di sicurezza e tutto quello che già sappiamo del magico mondo del lavoro, che fra le tante cose produce anche tre morti al giorno.
Pretendevamo eccome. Io ero solo all’inizio, e me lo sentivo ripetere tutte le mattine.
2. Anche la figura del “rabbioso” Yago ci ha colpito molto: quanto ti rappresenta davvero quella rabbia istintiva?
Chiariamolo subito per i vicini toscani: Yago è un bravo cane. E’ anche vero che non appena ti vedeva iniziava ad abbaiare, e agli occhi degli altri poteva sembrare un cane aggressivo. Una volta lo incontrai nell’aia di fianco a casa e quando ci trovammo improvvisamente di fronte l’uno all’altro si bloccò, indietreggiò lentamente e fece il giro opposto al mio. Per dire.
Detto questo sì, sono abbastanza fumino, ma il motivo per cui ho preso Yago d’esempio era più il suo abbaiare a vuoto; la gente sfilava davanti senza prestargli la minima attenzione. Allo stesso modo mi ricordo ancora un’impalcatura “da galera”, dove per me era una pazzia anche solo pensare di salirci, per tanti era ed è una cosa normale. Io mi lamentavo, ma non riscuotevo molte adesioni dai compagni di giornata.
3. Nel brano la struttura si rompe a metà: è stata una scelta musicale o è successo perché il racconto non riusciva più a stare dentro la forma canzone?
In realtà entrambi. Dal punto di vista musicale avevo pensato ad un brano che iniziasse in minore e si concludesse in maggiore, poi in studio abbiamo pensato fosse meglio limitare quella parte ad un solo momento specifico per renderlo ancora più wow e così la descrizione di Yago diventa un momento di sospensione, quasi fiabesco.
Mi è capitato di scriverla e al tempo stesso di registrare le prime idee su Ableton. Sentivo che la tensione della prima parte aveva bisogno di sfogare in un drop bello aggressivo, ma una volta arrivato mi è venuto naturale continuare a scrivere e quindi tradire la classica forma canzone. La rabbia si evolve e se inizialmente risulta più repressa, esplode nel drop e il non tornare indietro allora prende un significato preciso, dando modo alla rabbia di esprimersi e diventando una presa di posizione chiara e decisa.
4. Tra l’immagine del cantiere, e i punti di ritrovo per i tuoi live tra club e piazza, sembra che tu stia cercando un posto preciso: hai la sensazione di essere più vicino a trovarlo?
A dire il vero oggi il mondo sembra essere un posto sempre più inospitale, quindi non ho delle buone sensazioni in generale. Però anche questo senso di tragedia imminente che copre tutto, dalle guerre ai locali costretti a chiudere ogni giorno, mi ha spinto a tenermi ancora di più strette quelle persone che hanno lavorato con me e con cui ho un rapporto al di là della musica.
Per questo, un primo posto credo di averlo trovato proprio in Rizoma, l’etichetta fondata da un collega ma soprattutto amico di lunga data.
A Roma poi ho conosciuto la difficoltà di vivere in una grande città, caotica e dispersiva. Gli eventi che spesso vengono organizzati riflettono quest’anima ed è per questo motivo che ho deciso di andare nella direzione opposta e contattare locali di quartiere, organizzatori di sagre, circoli arci e tutti quei contesti più facilmente riconducibili alla provincia, dove spesso si respira un’aria di festa più sincera. Nonostante tutto ci sono molte realtà che resistono e quelli sono i nostri posti.




