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In un tempo in cui tutto sembra dover essere preciso, veloce e perfettamente allineato, Giuseppe Anastasi sceglie di rallentare. Il suo nuovo lavoro nasce come un gesto consapevole, quasi controcorrente: tornare a una dimensione più umana della musica, fatta di imperfezioni, respiro e verità. Un disco che diventa anche una riflessione sul presente, tra tensione collettiva e bisogno di autenticità.


Nel tuo nuovo album parli di “canzoni senza click” come atto di libertà: quanto è stato difficile, oggi, rinunciare al controllo perfetto del tempo per tornare a una dimensione più umana e istintiva?

Nessuna difficolta’, solo una presa di coscienza. Nel 2026 l’ansia del tempo, in questo caso del click è diventata quasi una gabbia invisibile: ti tiene preciso, ma ti toglie il sangue. Sentivo il bisogno fisico di uscire da quella perfezione, di tornare a un tempo umano, imperfetto, che accelera quando si emoziona e rallenta quando ha paura. Non è un gesto nostalgico, è un atto di consapevolezza.


Definisci questo disco come una “resistenza all’algoritmo”: pensi che oggi fare musica autentica significhi anche andare contro le logiche del mercato e delle piattaforme?

Non è andare contro il mercato a tutti i costi, ma ricordarsi che il mercato non può essere l’unico criterio. La musica, prima di essere un contenuto, è un’esperienza umana. E quella, per fortuna, non si può comprimere in un algoritmo.


Le canzoni sono nate chitarra e voce, quasi nude: cosa succede all’emozione di un brano quando si toglie la sovrastruttura della produzione digitale?

Quando togli la sovrastruttura, resta solo la verità del brano. Chitarra e voce non hanno protezioni: ogni esitazione, ogni respiro, ogni piccola imperfezione diventa parte dell’emozione. Paradossalmente, meno aggiungi e più si sente. La produzione digitale spesso amplifica, rifinisce, ma può anche schermare. In queste canzoni volevo che l’emozione arrivasse senza filtri, quasi in tempo reale, come se l’ascoltatore fosse nella stanza con me.


Tra i nove brani affronti temi come la paura del futuro e la speranza: che tipo di tempo stai raccontando in questo disco, quello personale o quello collettivo che stiamo vivendo?

Credo che oggi sia difficile separare il tempo personale da quello collettivo, perché viviamo tutti immersi nella stessa inquietudine di fondo. Le canzoni partono da esperienze intime, ma inevitabilmente si allargano: la paura del futuro non è solo mia, è una vibrazione diffusa. Allo stesso modo, anche la speranza è qualcosa che ci riguarda insieme. Questo disco racconta proprio quel punto di contatto, dove la vita individuale e quella collettiva si confondono e si rispecchiano.