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Con Ne varrà la pena, Biguan firma un EP che si muove tutto dentro una domanda irrisolta: quanto ha senso restare, resistere, continuare a sentire, quando qualcosa finisce? Sei tracce che non cercano mai una risposta definitiva, ma piuttosto abitano il dubbio, lo dilatano e lo rendono condivisibile.

Il progetto nasce come un racconto unitario e profondamente autobiografico: un flusso di coscienza che attraversa la fine di una relazione da prospettive diverse, senza mai cadere nella linearità narrativa. Ogni brano è un frammento emotivo autonomo, ma tutti insieme costruiscono una traiettoria coerente, dove vulnerabilità e consapevolezza convivono.

Fin dall’intro “Tu dimmi com’è”, Biguan imposta il tono: intimo, quasi sospeso, come se il disco fosse una conversazione a metà tra confessione e pensiero non filtrato. È una scrittura diretta, priva di sovrastrutture, che riesce però a non risultare mai banale. Il linguaggio resta semplice, ma è proprio questa immediatezza a renderlo efficace: non c’è bisogno di metafore complesse quando il sentimento è già esposto così chiaramente.

Brani come “Un’altra notte” e “Il sole e la luna” sono il cuore più fragile dell’EP: qui emerge tutta la malinconia del progetto, fatta di vuoti, nostalgie e ritorni mentali. Biguan lavora molto sulla ripetizione emotiva — pensieri che tornano, immagini che si incastrano — costruendo una dimensione quasi ciclica del dolore.

Ma il disco non resta fermo lì. Nella seconda metà si apre lentamente uno spiraglio: “Mai da me”, la title track “Ne varrà la pena” e “Più niente da fare” segnano un passaggio verso una forma di accettazione. Non è una catarsi completa, piuttosto una presa di coscienza: il dolore non sparisce, ma cambia forma.

Dal punto di vista sonoro, l’EP resta coerente e compatto: le produzioni di Qwite (con una co-produzione iniziale di Oz Town) costruiscono un ambiente morbido, notturno, dove convivono elementi di indie pop, rap e una sensibilità pop punk appena accennata. Nulla è invadente: tutto è al servizio della voce e del testo, che restano sempre al centro.

Quello che colpisce davvero è la capacità di Biguan di non “romanzare” il dolore. Non c’è estetizzazione della sofferenza, né ricerca di frasi ad effetto: c’è piuttosto una scrittura che sembra nascere in tempo reale, come se ogni brano fosse il tentativo di mettere ordine in qualcosa che ordine non ha.

Ne varrà la pena è un EP che funziona proprio perché non chiude: resta aperto, sospeso, come la domanda che lo intitola. E forse è questo il suo punto più forte — non offrire risposte, ma creare uno spazio in cui chi ascolta possa riconoscersi.