Ci sono progetti che nascono da un’idea.
Altri da una frattura.
“Black” appartiene alla seconda categoria: un percorso che parte dal dolore e prova a trasformarlo in qualcosa di condivisibile, senza mai addolcirlo davvero.
Un racconto diretto, essenziale, che non cerca di spiegare tutto ma di lasciare spazio a chi ascolta.
Il tuo progetto nasce da una frattura personale: quanto è stato difficile trasformare il dolore in qualcosa di condivisibile senza tradirlo?
In realtà è stato molto facile, perché è un dolore che non può essere tradito.
È stato la spinta, la sua forza, che mi ha portato a fare ciò che sto facendo. In Black c’è poco di costruito. Il dolore è una struttura spontanea, come una cellula insita in me.
È un linguaggio molto diretto, spesso brutalmente onesto. L’unico problema è stato piuttosto dosarlo, non renderlo affabile, cercando di lasciare uno specchio in cui ciascuno possa rivedere il proprio dolore.
In “Black” il protagonista incontra una versione di sé che non può più ignorare: quel confronto è liberazione o condanna?
Quella in Black è stata una vera e propria trasformazione.
Se da una parte ha incontrato la verità che era dentro di me, non può essere definita una liberazione. Lo sarà davvero quando Black non sarà più necessario.
Se invece è una condanna, faccio fatica a definirla così, ma in parte lo è. È una condanna con me stesso, con la vita che ho vissuto. E questo in Black lascia i suoi segni.
Hai scelto di togliere, di nascondere, di ridurre tutto all’essenziale: è un modo per proteggerti o per rendere la musica ancora più diretta?
È stato un modo per rendere la musica di tutti, o almeno per provarci.
L’idea è che Black può essere chiunque, ciascuno con il suo “nero”. Per questo, nel momento in cui si presenta, non poteva avere un volto, almeno non subito.
Quel nascondimento nasce anche dal voler creare mistero, ma soprattutto da un vuoto reale, una voragine interiore. Qualcosa che non può essere mostrato tutto insieme.
Nel tuo percorso il dolore si trasforma ma non scompare: pensi che la musica possa davvero curare o solo rendere più sopportabile ciò che resta?
Credo che la musica possa davvero curare, anche se qualcosa resta sempre: la cicatrice del dolore vissuto.
È uno strumento di consolazione, capace di farti sentire meno solo. Quando riconosci il tuo dolore in quello di qualcun altro, nasce un conforto reale.
Se lo lasci entrare, può davvero curare ciò che pensavi non avesse cura.
Io credo che la musica possa salvare la vita. Con me sta facendo questo. E spero possa farlo anche per chi si avvicinerà alla mia musica.
Perché a volte è proprio nel nero che si sta bene.




