Skip to main content

Con Mosaix, Raffaele Marchetti, in arte R.M., firma il suo primo lavoro solista (insieme ad un’orchestra un po’ speciale se vogliamo): un disco che nasce da anni di esperienze musicali, collaborazioni e ricerca personale. Cinque brani che attraversano luoghi reali e immaginari, trasformando improvvisazioni e suggestioni culturali in paesaggi sonori cinematografici. 

Ne abbiamo parlato con lui per capire come è nato questo mosaico di suoni, visioni e storie interiori.

“Mosaix” è il tuo album d’esordio da solista. In che momento della tua vita arriva questo disco?

“Mosaix” è arrivato alla fine di un periodo estremamente difficile della mia vita. A livello emotivo attraversavo una fase complessa: un accumulo di emozioni, sia positive che negative, che nella loro somma mi restituivano una sorta di “zero assoluto”. Era come trovarsi in un deserto interiore, con la sensazione di aver investito energie e tempo in direzioni che forse esistevano solo nella mia testa.

Se la musica è sempre stata il mio rifugio, “Mosaix è stato il mio bunker creativo, il luogo in cui attraversare questo letargo emotivo. Per me la musica non è soltanto un linguaggio: è anche uno spazio, un luogo mentale in cui posso tradurre, trasformare e metabolizzare le emozioni. Dare loro una forma comprensibile mi permette di alleggerirle e di ritrovare equilibrio.

Il titolo del disco rende perfettamente il concetto di “mosaico”, per cui ogni brano è un luogo diverso in cui poter godere della tua musica. Quanto sono significativi per te la Giamaica, oppure il Giappone, ad esempio?

La cosa curiosa è che non sono mai stato, con mio grande rammarico, in nessuno dei due luoghi che hai citato. Ho però un rapporto molto particolare con l’idea di viaggio. Con il tempo ho capito che ciò che mi spinge davvero verso certi luoghi sono le vibrazioni culturali: i suoni, i riti, le abitudini, le tradizioni e i contesti sociali che le persone costruiscono.

Mosaix” nasce proprio da un viaggio mancato: un aereo perso e una settimana improvvisamente liberata. In quel tempo sospeso ho iniziato a immaginare luoghi che avevo sempre percepito da lontano, attraverso la musica, il cinema e la “cultura”. In un certo senso è stato un viaggio mentale che ha trovato nella musica la sua forma.

…e quanti di questi invece sono dei luoghi della (tua) anima, in cui, tramite questo nuovo lavoro, ci permetti di entrare?

Potrebbero esserlo tutti, oppure nessuno: dipende molto da quanto l’ascoltatore voglia addentrarsi nei dettagli e nelle citazioni nascoste nei brani.

Dal punto di vista musicale, però, tutto ciò che ho scritto rappresenta in qualche modo un luogo della mia anima. Se così non fosse, scrivere musica per me diventerebbe quasi come risolvere un esercizio di matematica: stimolante fino alla soluzione e poi finito lì. L’emozione invece è qualcosa di vivo: cambia nel tempo, cambia con chi ascolta, cambia con il contesto. Mi piace pensare che anche questa musica possa trasformarsi ogni volta che qualcuno la ascolta.

Le cinque tracce di “Mosaix” nascono da una serie di registrazioni improvvisate: pensi che sia proprio nell’improvvisazione che si riesca a cogliere più autenticamente la bravura di un musicista?

L’improvvisazione è certamente uno spazio di grande libertà, ma credo che la qualità di un musicista debba emergere in qualsiasi contesto.

Le prime registrazioni di Mosaix sono nate suonando per giorni con due musicisti che stimo molto, Jacopo Moschetto e Lorenzo Rotteglia, il tutto sorvegliato e moderato dall’orecchio vigile e attento di Marco Chiussi, mio “fratello”. È stata un’esperienza fondamentale. Anche se nel disco finale è rimasto poco di quelle sessioni, quel dialogo musicale ha avuto un ruolo importante nel processo creativo.

Personalmente continuo a considerarmi in ricerca. L’idea di “diventare” un bravo musicista è qualcosa che preferisco inseguire piuttosto che dichiarare raggiunto.

Dici che il disco è come un lungometraggio ma fatto di soli suoni, e se ti chiedessimo di associare ad ogni brano un film?

È difficile perché questi brani sono stati pensati partendo da sceneggiature immaginarie molto precise. Tuttavia il cinema è una mia grande passione, dopo il conservatorio ci sono stati anni in cui arrivavo a vedere più di 365 film in dodici mesi (follia) ed inevitabilmente il linguaggio cinematografico influenza molto il mio modo di pensare la musica.
Quindi, se dovessi fare un gioco di associazioni, direi:

  • Inna Kingstone’s Dance Floor / Babylon (1980)
  • Good Morning Skid Row! / Boyz n the Hood (1991)
  • ありがとう (Arigatò) / Aku wa sonzai shinai / Il male non esiste (2023)
  • Wandering in Gaza / Of Dogs and Men (2025)
  • Far East, Where the Ancient Mountains Are / Dark Red Forest (2021)


Arrivati a questo punto non vediamo l’ora di poterti ascoltare dal vivo. Ci sono delle date in programma?

Al momento non ci sono ancora date in programma, anche se sto iniziando seriamente a pensarci.

La difficoltà principale è trovare la forma live giusta per questo progetto.
“Mosaix” nasce con un organico musicale piuttosto articolato e ridurlo a una versione completamente solista, come mi è stato suggerito, non restituirebbe l’idea originale del lavoro. Allo stesso tempo mettere insieme un ensemble stabile non è semplice nel contesto attuale.

In generale il tessuto dei piccoli e medi spazi dedicati alla musica dal vivo si è molto indebolito negli ultimi anni. Spesso si ha la sensazione che gli eventi vengano consumati velocemente, o scambiati per eventi sociali in cui conta prima di tutto “esserci”, mentre io continuo a credere molto nell’esperienza dell’ascolto dal vivo: l’incontro reale tra chi suona e chi ascolta.