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Interessante il suono e il linguaggio del solo di chitarra dentro “Don’t Side” che inevitabilmente trasporta questo momento del disco dentro scenari decisamente anni ’90 se non addirittura prima… così come quel certo drumming che dialoga con il ricamo delle elettriche nella successiva “Blackout”, sospensioni alla Sting che personalmente mi restituiscono uno dei momenti migliori di tutto l’ascolto. Siamo dentro le trame di “whynotfrank” il titolo di questo vinile nuovo di stampa a firma di ASIAnotfound, artista abruzzese che trova un equilibrio invidiabile dentro il ricamo condotto per mano dalla produzione di Franco Liberati, firma nota nel territorio locale. Tuttavia storce sempre un poco il mio naso quando l’inglese viene fuori da un italiano e anche qui si sente assai la pronuncia spesso troppo “didattica”… un disco che quasi strizza l’occhio a quella scena bristoliana dentro cui svetta quel modo trip-hop/dark di pensare al pop… anche se, la nostra, sceglie percorsi decisamente più morbidi e notevolmente più attenti alla melodia e a molte epiche soluzioni orchestrali. Sono molteplici i richiami alla Dolores e ai modi suoi e dei suoi The Cramberries, anche complice certe timbriche di voce che non disdegnano la ricerca di soluzioni glissate… colossale e floydiana nello special di chitarra classica “Keep” e poi l’abitudine si rompe quando il tutto sceglie di tornare alla lingua italiana con “Panico” e anche questo un poco mi “disturba”… ma sono problemi di gusto personale, sia chiaro: rompere l’identità e la rotta per una mescolanza che in fondo ha poca coerenza a vederla bene. Fosse fatta con metodicità nel disco forse avrebbe una ragione. Ma così, come isola solitaria… perché? Anche perché la voce cambia inevitabilmente, cambia il modo, il timbro, cambia e fa cambiare il mix… questo perché trova un equilibrio sfacciatamente più naturale e il disco prende ben altre qualità che forse avrei coltivato con maggiore attenzione sin dall’inizio. Altro momento di grande interesse è “Dissonance” e qui una nuova e più affascinante rottura di schemi “quadrati” con variazioni in settima, scelte decisamente “innovative” per il mondo di questo lavoro. La melodia vocale che cerca soluzioni poco ordinarie (forse l’avrei preferita meno spigolosa in alcune progressioni e in alcuni cambi d’accordo – chissà che non vengano usati in modo troppo severi stratagemmi di autotune…) e l’arrangiamento del brano tutto sfoggia mondi favolistici che con tutto l’immaginario del disco è davvero calzante e forse – anche qui – avrei cavalcato questa direzione in luogo di altre decisamente più “già sentite”. Ed è così che si dipana un po’ quel che resta del disco… un esordio che in fondo si fregia anche del lusso di un esordio, di una prima vera prova ufficiale e quindi che siano ben accette queste giravolte di stile e continui “aggiustamenti” al tiro finale… che sia anche questo, come dice lei, l’arte viva che ha senso d’esistere, in luogo di stereotipati e sempre uguali zone di confort.