1. “Una stanza vuota” è un’immagine molto forte: un luogo attraversato da presenze, ricordi e assenze. Quando avete iniziato a lavorare al disco, quella stanza era un luogo reale, simbolico o qualcosa che si è trasformato nel tempo durante la scrittura?
- La stanza è sempre stata una figura presente, fin dalla nascita del disco. Inizialmente era un luogo reale e fisico, dove nella solitudine e nei ricordi sono stati concepiti i brani, per poi trasformarsi in uno spazio più simbolico, capace di racchiudere tutte le sensazioni attraversate negli anni.
2. Nei vostri brani convivono spesso sussurro e urlo, delicatezza e tensione. Quanto questa dinamica nasce da un’esigenza narrativa dei testi e quanto invece dal vostro modo di costruire il suono insieme?
- Solitamente è una cosa che nasce già dal songwriting, e con le produzioni puntiamo poi a valorizzare e enfatizzare i cambi dinamici dei brani. Non sono mancati casi in cui un’idea di produzione abbia cambiato le dinamiche del pezzo, ma il più delle volte rimaniamo piuttosto fedeli alla canzone.
3. Nel disco sembra esserci una riflessione molto forte su ciò che le persone lasciano dentro di noi quando passano nella nostra vita, quasi come “fantasmi” emotivi. Scrivere queste canzoni è stato un modo per elaborare quelle tracce o per conservarle?
- È stato sicuramente un modo per elaborarle e in certi casi per esorcizzarle, come se poterle osservare sotto una chiave nuova creando qualcosa di bello potesse in qualche modo alleggerire quei fantasmi, per conviverci meglio, non potendoli scacciare.
4. Venite da un primo percorso che già esplorava atmosfere malinconiche e intime: con questo album avete avuto la sensazione di trovare finalmente una vostra identità sonora più definita oppure lo considerate ancora un passaggio di ricerca?
- Entrambe le cose: sicuramente sentiamo di aver trovato un suono personale che ci rappresenta, ma sappiamo anche di non volerci ripetere e stiamo già esplorando modi per evolvere il sound restando coerenti con quella che vogliamo che sia la nostra identità.
5. Le vostre influenze vengono spesso accostate a mondi come quello dei Radiohead o di Bon Iver, ma il vostro modo di raccontare è molto legato alla lingua e alla sensibilità italiana. Come convivono queste due dimensioni nel vostro processo creativo?
- È stato un lungo lavoro di ricerca. Entrambi siamo grandi estimatori della musica internazionale, in termini di sonorità, ma molto affezionati alla lingua e all’espressione italiana. Fin dagli inizi ci siamo impegnati per trovare la nostra via in mezzo a questi due mondi, partendo anche da una scrittura acustica in italiano per poi spostarci a una rielaborazione e produzione dei suoni.
6. Se la “stanza vuota” è il punto di partenza del disco, alla fine del viaggio cosa rimane dentro quella stanza: più silenzio o più luce?
- Se in un primo momento avremmo detto del silenzio, ora invece vediamo chiaramente una luce sbucare dalle tende della nostra stanza.


