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Con il progetto INEDITO, l’artista continua a costruire un percorso musicale basato su autenticità, introspezione e ricerca personale. Il nuovo brano nasce da un momento di riflessione condiviso con Federico Baroni, trasformando la musica in uno spazio dove fermarsi, respirare e riscoprire ciò che conta davvero.

In un tempo che corre veloce e che sembra chiedere continuamente di produrre, mostrarsi e performare, la canzone diventa una sorta di pausa consapevole: un invito a rallentare e a ritrovare il valore delle cose semplici.

Abbiamo parlato con INEDITO del significato del brano, della difficoltà di fermarsi nella società di oggi e di cosa significhi davvero restare “inediti”.


Nel brano parli della “via d’uscita” non come fuga ma come momento di consapevolezza. Qual è stata la tua via d’uscita personale quando è nata questa canzone?

La mia prima via d’uscita è sempre stata la musica stessa. Quando io e Federico Baroni abbiamo scritto questo pezzo stavamo attraversando entrambi un periodo piuttosto stressante, e sentivamo il bisogno di tornare a qualcosa di più semplice, più essenziale.

Scrivere questa canzone è stato un modo per fermarci un attimo e rimettere a fuoco tutte quelle cose che spesso diamo per scontate e che nella frenesia della quotidianità finiamo per non vedere più. A volte siamo così presi dal correre che ci dimentichiamo che, in realtà, abbiamo bisogno di molto meno di quanto pensiamo.

Per me la “via d’uscita” è proprio questo: riscoprire la semplicità. Può essere un sorriso, una chiacchiera sincera con un amico, una passeggiata nella natura. Piccoli momenti che ti riportano a terra e ti ricordano cosa conta davvero. Anche fuori dalla musica, sono queste le cose che mi aiutano a ritrovare la mia via d’uscita.


La copertina del singolo mostra una folla che corre e una sedia vuota illuminata al centro. Quanto è difficile oggi scegliere di fermarsi in una società che sembra chiedere sempre di andare più veloce?

Credo sia sempre più difficile, anche perché molte volte siamo noi stessi a imporci questi ritmi. Viviamo in un tempo in cui tutto corre velocissimo e i social, più in generale internet, ci hanno abituati a una quantità continua di stimoli e informazioni. Questo ha inevitabilmente abbassato la nostra soglia di concentrazione e ci ha resi meno abituati al silenzio o ai momenti vuoti.

Spesso, se non veniamo bombardati da qualcosa, abbiamo quasi la sensazione di perderci qualcosa, e la noia finisce per farci paura. In realtà penso che fermarsi sia diventato un gesto quasi rivoluzionario.

Io sono cresciuto in un paesino con meno di cento abitanti, e paradossalmente credo che proprio la noia mi abbia salvato in qualche modo. In quei momenti impari ad ascoltarti davvero, a osservare quello che hai intorno e a dare spazio ai pensieri. Ed è proprio da lì che spesso nascono le cose più sincere che poi finiscono dentro una canzone.


Il tuo progetto si chiama “Inedito”, quasi come un manifesto. Cosa significa per te rimanere davvero “inedito” in un panorama musicale dove tutto sembra già detto?

In un panorama in cui sembra che tutto sia già stato detto o fatto, l’unica cosa davvero nuova che possiamo portare è la nostra verità.

Per me significa continuare a cambiare, crescere e sperimentare, ma senza perdere i valori che mi definiscono. Restare curiosi, avere il coraggio di evolversi, ma senza snaturarsi.

Un’altra cosa fondamentale è circondarsi delle persone giuste. Credo molto nell’importanza delle energie e degli stimoli che arrivano da chi ti sta accanto: persone che cercano il bene, che hanno voglia di crescere e di costruire qualcosa di vero. Io sono una persona che ha bisogno di confronto e di stimoli continui, e chi cammina al tuo fianco può fare davvero la differenza nel percorso che scegli di fare.


Dici di fare musica “per chi sente molto e pensa troppo”. Che tipo di ascoltatore immagini dall’altra parte quando scrivi una canzone come questa?

Quando scrivo una canzone immagino sempre qualcuno che, in qualche modo, possa riconoscersi in quello che sto raccontando. Non necessariamente qualcuno identico a me, ma una persona che magari si fermi un attimo dentro quelle parole e ci trovi qualcosa di familiare: un pensiero, un’emozione, una domanda che si è fatta anche lei.

Mi piace pensare che chi mi ascolta sia qualcuno che sente molto e pensa tanto, e che riesca a cogliere il peso e l’importanza delle parole che scelgo quando scrivo. Per me ogni parola ha un valore preciso, e l’idea che dall’altra parte ci sia qualcuno che si prende il tempo di ascoltarla davvero è forse la cosa più bella.