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Con il nuovo brano “Stanza”, Michiamanojack propone una canzone intima e profondamente personale che attraversa le diverse fasi emotive di una relazione. Il pezzo nasce da un’esperienza vissuta e racconta quel momento sospeso in cui, dopo una storia, si sente il bisogno di fermarsi, isolarsi e fare i conti con se stessi.

La “stanza” diventa così molto più di un semplice luogo fisico: è uno spazio simbolico dove rifugiarsi, un ambiente mentale e emotivo in cui rielaborare ricordi, emozioni e domande rimaste aperte. Nel brano convivono momenti di fragilità, introspezione e consapevolezza, in un racconto che non segue una linea narrativa tradizionale ma si muove tra immagini, pensieri e sensazioni proprio come fanno i ricordi.

Ne abbiamo parlato direttamente con Michiamanojack, che ci ha raccontato la genesi del brano e il significato di questa “stanza” interiore.


“Stanza” racconta le diverse fasi di una relazione: quanto c’è di personale in questo percorso emotivo?

Come in ogni mio brano c’è sempre molto di personale, praticamente tutto, forse troppo. Ho la brutta abitudine di non romanzare mai eccessivamente la realtà. Però sì, il percorso della stanza, del chiudersi in sé stessi in qualche modo, del voler evitare lo sguardo del mondo, è un qualcosa che io per primo ho provato molte volte sulla mia pelle.


Nel brano la “stanza” diventa un rifugio simbolico: cosa rappresenta per te questo spazio?

Nel brano la stanza è un luogo materiale, tangibile, nel vero senso della parola, però nel momento in cui l’ho finita e ho riletto il testo mi sono accorto che è, e può essere, anche molto di più, ed è questo che mi piacerebbe arrivasse alle persone.

La stanza è una grande metafora che abbraccia qualunque cosa vi faccia sentire a vostro agio, al sicuro: può essere uno sport, un luogo, o addirittura una persona.


Il brano non segue una narrazione lineare ma attraversa emozioni diverse: era una scelta voluta per raccontare meglio la complessità delle relazioni?

Potrei elevarmi e dire che “sì, è una cosa che ho studiato e ricercato”, ma mentirei.

Come in quasi ogni mia canzone non c’è mai niente di voluto: scrivo di getto, suono, canto e poi dopo qualche momento dalla fine della scrittura mi rileggo il testo e capisco anche io di cosa stavo parlando, o cosa volevo dire a me stesso.

Ripeto, non è una scelta, però credo che sia anche normale che sia così, perché questa canzone ha alti e bassi e non è lineare, esattamente come non lo è una relazione. Nel momento in cui scrivevo, i ricordi e le immagini mi riaffioravano in maniera totalmente scomposta e randomica, esattamente così come li ho scritti, perché è così che funziona la mente spesso: difficilmente i ricordi tornano a galla in ordine cronologico.


Secondo te perché, dopo una relazione, spesso sentiamo il bisogno di chiuderci in uno spazio tutto nostro prima di tornare ad affrontare il mondo?

Sicuramente è un potente mezzo di autodifesa, ma alla base c’è il voler sfuggire dalle domande che magari ti potrebbero porre amici, parenti o conoscenti, o semplicemente evitare situazioni dove la mente si sentirebbe costretta a tornare a quel pensiero.

Penso che chiuderci ci aiuti a farci quelle stesse domande, ma prima che ce le facciano gli altri, e a trovare anche delle risposte con il tempo di cui ognuno ha bisogno.