Dallo studio del pianoforte a soli cinque anni fino alla scoperta della produzione digitale, il percorso di Simone Cardelli — in arte Cardo — è un’evoluzione naturale guidata dall’intuizione. Con il suo nuovo singolo “Una di queste sere”, l’artista imolese ci regala un vero e proprio “flusso di coscienza” nato per dare spazio all’inconscio e trovare una tregua dal frastuono quotidiano.
In questa intervista, Cardo ci racconta la genesi di un brano che fonde archi classici e sintetizzatori moderni, un’armonia di suoni dove la vulnerabilità diventa la chiave per connettersi autenticamente con l’ascoltatore. Tra la metafora di un destino simile a un filo rosso e la voglia di trasformare una passione profonda in una strada di vita, scopriamo l’universo introspettivo di un artista che crea senza regole, lasciando che sia la musica stessa a dettare i propri ingredienti.
La tua avventura inizia a soli 5 anni con lo studio del pianoforte. Come si è evoluto questo amore infantile fino a diventare l’esigenza di produrre e scrivere i tuoi brani oggi?
Direi un po’ per caso. Mi riavvicino alla musica guardando tutorial di produzione informatica su YouTube. Una volta scaricato FL Studio mi si è aperto un mondo. Accostare suoni e creare melodie mi viene naturale. Trovo piacere, liberazione e divertimento nel farlo.
Sei ancora all’inizio del tuo percorso, ma “Una di queste sere” sta già attirando molta attenzione. Qual è stato finora il momento in cui hai pensato: “Sì, questa è la strada giusta per me”?
Posso dire che spero diventerà la mia strada, consapevole di quanto difficile sia entrare in questo settore. Attualmente lavoro a tempo pieno in un altro campo quindi per ora rimane una passione. Sicuramente farò tutto ciò che è in mio potere per realizzare questo sogno. A prescindere da questo sono convinto però che la musica mi accompagnerà sempre.
Il brano parla di desideri, consapevolezza e natura inconscia. Cosa speri che arrivi dritto all’ascoltatore quando si immerge nel mood di questa canzone?
Questo brano non è nato con l’intento di mandare un messaggio. E’ un flusso di coscienza, frammenti di uno stato d’animo, è qualcosa con cui l’ascoltatore può risuonare aldilà della ragione.
Il videoclip e l’estetica del progetto ruotano attorno a un filo rosso in un bosco, metafora del destino. Com’è nata questa potente immagine visiva e come si lega al messaggio del singolo?
Alla base di questo brano ci sono molti interrogativi. Chi più chi meno, proviamo tutti a tenere sotto controllo la vita, ma lei inesorabilmente ed inaspettatamente ci sfugge. Alle volte si presenta come un filo rosso ben disteso, altre volte si manifesta come un’intricata ragnatela.
Per te la musica è un mezzo per “esprimerti, liberarti ed elevarti”. Quanto conta per te la vulnerabilità quando cerchi di trasmettere le tue emozioni al pubblico?
Direi molto, senza vulnerabilità non c’è autentica connessione umana. Penso che abbracciare le proprie fragilità ed esporsi al “rischio” che ne consegue sia l’unica via per creare una musica capace di arrivare davvero al cuore delle persone.
Questo singolo è un tassello importante dopo “Un senso”. Stai già pensando a raccogliere queste atmosfere in un album o continuerai a raccontarti attraverso una serie di singoli?
Per ora, ho in progetto dei singoli.


