Con “(A)normale”, gli NFF non cercano consolazioni. Non cercano risposte rassicuranti. Mettono invece al centro la mente come luogo instabile, ambiguo, a tratti inaccessibile.
Un brano che affonda nelle contraddizioni del pensiero patologico e nel confine sottile tra ciò che viene definito normale e ciò che viene escluso.
Abbiamo parlato con loro per approfondire il significato del pezzo.
In “(A)normale” la mente non è un rifugio ma una prigione. Quando avete capito che volevate raccontarla così, senza via di fuga?
Abbiamo voluto rappresentare emotivamente cosa siano la malattia mentale e la condizione della mente. Sono tra le circostanze più subdole che esistano: un continuo lavorìo interiore che, in uno stato patologico, non ha fine. La domanda centrale resta sempre quella: dove si trova il confine?
“Sono io a non essere normale o sono gli altri?” È ribellione o resa?
È una denuncia. Ogni società stabilisce cosa è normale e cosa non lo è, imponendo modelli e marginalizzando chi non si adegua. Il brano mette in discussione proprio questa etichetta.
Gli ossimori e le immagini contrastanti nascono prima come suono o come parole?
Gli ossimori sono la forma più vicina al pensiero patologico: contraddittorio, estremo, oscillante. In questo caso è nato prima un sentimento, un’emozione, che poi si è trasformata sia in suono che in parole.
La musica deve offrire soluzioni o dare voce al caos?
La musica deve dare voce. A prescindere che sia caos o armonia. Noi, per scelta, diamo voce a ciò che non si vede e a ciò a cui spesso non si vuole dare spazio.
“(A)normale” non cerca equilibrio. Lo mette in discussione.


