C’è una domanda che attraversa il nuovo brano degli NFF come un filo teso:
sono io a non essere normale oppure sono gli altri?
Con “(A)normale”, la band affonda senza protezioni nel territorio dell’angoscia esistenziale, mettendo al centro una voce che osserva il mondo, si guarda intorno e non trova un punto fermo. Non c’è una risposta netta. C’è solo una tensione costante tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere.
Il brano ruota attorno a una dicotomia potente: gli “spazi che ho” e gli “spazi che non ho”.
Un’oscillazione continua tra presenza e mancanza, tra possibilità e vuoto.
Eppure tutto questo viene definito “normale”.
È qui che si annida il cuore del pezzo: nell’accettazione forzata di una realtà interiore caotica, dove l’instabilità diventa la regola e non l’eccezione.
Le immagini utilizzate nel testo sono ossimoriche, quasi surreali:
“voce senza tempo, luce senza nebbia, acqua senza fuoco e fuoco senza l’acqua”.
È una mente che si contorce, che si gira e si rigira su se stessa.
Non un rifugio, ma un labirinto. Non un luogo di salvezza, ma una prigione psicologica da cui “non uscirai mai più”.
Gli NFF non cercano una via di fuga, né un lieto fine. Raccontano la condizione per quello che è: una tensione continua tra lucidità e follia, tra coscienza e soffocamento.
Nel punto più crudo del brano, emerge una riflessione amara:
la solitudine non è solo una condizione sociale, ma esistenziale.
“Solo nella tua pazzia, solo nei pensieri tuoi…”
L’isolamento diventa definitivo, quasi strutturale. Non è un momento: è uno stato dell’essere.
“(A)normale” è un brano scomodo, ma necessario.
Non consola, non alleggerisce.
Interroga.
E nel farlo, mette a nudo quella zona fragile e silenziosa in cui molti si sono riconosciuti almeno una volta.


