C’è chi usa la musica per raccontarsi e chi, invece, per guarire. Nel percorso di Canja, il suono diventa terapia, contatto con la terra e strumento di risalita interiore. Dal singolo Floor fino alle prospettive future di Yelè, l’artista attraversa ombre e radici per arrivare a una nuova espansione luminosa, dove ritmo e identità si incontrano in modo sempre più profondo.
Intervista
1. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica poteva diventare uno strumento di rinascita?
Il momento preciso è stato quando ho smesso di guardare la sofferenza come il punto più basso e ho capito che poteva essere la grande occasione per riuscire a guardarmi dentro e scoprire quanta bellezza c’è in noi.
La creatività è stata un ottimo alleato per la risalita: riuscire a trasformare quella sofferenza in ritmo, in groove, ha aperto dentro di me quello spiraglio di luce.
2. Come si è sviluppato il lavoro sonoro su “Floor”?
È avvenuto quasi in modo naturale, iniziando a curarmi come una vera e propria terapia. Suonare e ricercare il suono giusto per ogni parte del brano era, per me, iniziare a vedere la luce sempre più vicina.
Ovviamente la curiosità di ricercare sempre nuovi oggetti e sonorità accelerava tutto il processo.
3. Parli spesso di “bambino interiore”. Che ruolo ha avuto in questo percorso?
Tornare in contatto con il bambino interiore per me significa riscoprire la capacità di stupirsi e, soprattutto, di giocare senza il peso del giudizio.
Lui rappresenta quella parte di me che non ha paura di cadere, perché sa che rialzarsi è parte del gioco. È una purezza che sopravvive nell’ombra.
Aggiungo: far vivere a mio figlio il mio mondo dall’interno è un tesoro che spero possa trasformarsi per lui in forza.
4. Se “Floor” è il presente, cosa dobbiamo aspettarci da “Yelè”?
Se Floor è il contatto con la terra, la presa di coscienza, Yelè sarà l’espansione.
Sarà un viaggio che continuerà a esplorare il ritmo come linguaggio universale, ma aprendosi a nuove sfumature.
Aspettatevi una narrazione che non ha paura di attraversare l’ombra per celebrare la luce: un’evoluzione che parte dalle radici per guardare al cielo.


