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Con Purgatorio, Piermatteo Carattoni rilegge quattro brani della propria discografia e li spoglia, li rarefa, li mette in discussione. Non è una semplice operazione celebrativa: è un viaggio laterale dentro se stesso, tra distacco e trasformazione. Un EP che nasce come anniversario e diventa rito di passaggio.


Intervista

“Purgatorio” è un titolo che pesa. Com’è nata l’idea di usare questa parola e cosa rappresenta per te rispetto ai brani che hai scelto di rivisitare?

Di questa parola mi ha attirato il taglio epico, sacramentale. Questo progetto avrebbe dovuto intitolarsi “2010/2020” come il decennio entro il quale ho racchiuso la mia storia cantautoriale. Infatti ogni traccia è estratta da uno dei quattro dischi che ho rilasciato in questo lasso di tempo. Il lavoro avrebbe quindi voluto rappresentare un compleanno discografico.

Poi il 2020 è andato come è andato. Tutto quello che è capitato al mondo ha contribuito a creare una catena di ritardi nella mia – di allora – tabella di marcia artistica. Quando la vita ha ripreso il suo corso le priorità erano inevitabilmente cambiate: nuovi percorsi, l’accresciuta mole di lavoro con gli artisti… insomma sono passati anni e il concetto di decennale (o tantomeno di un suo festeggiamento) non aveva più alcun senso.

Ecco dunque la voglia di dare a questo EP un’identità indipendente dalla (mancata) ricorrenza, di conferirgli una spina dorsale artistica con un valore in sé. Ed ecco che è arrivata l’immagine del Purgatorio.

Cosa rappresenta per me, in questo contesto? Un viaggio che è paradossalmente sia allontanamento da sé che avvicinamento a un’inevitabile meta la quale però non è del tutto chiara e forse non ha la pretesa di esserlo. Un darsi le spalle e al contempo protendere verso qualcosa di nuovo ma indefinito.

Tra l’altro questo concetto è stato rappresentato in modo a mio avviso sublime dalla copertina originale dipinta da Manuela De Carli.


Riscrivere qualcosa che hai già scritto è un atto coraggioso. In che momento hai capito che questi quattro brani avevano ancora qualcosa da dire o da dimostrare?

Più che di vera e propria riscrittura si tratta di ri-pensamento, ri-produzione. Le parole e le melodie di base sono rispettate, ma tutto il resto è rimesso profondamente in discussione.

In questi anni ho immaginato tra me e me le quattro rivisitazioni in questione come l’incubo che le canzoni originali esperiscono di loro stesse. Non perché siano terrorizzanti di per sé (anche se un po’ di inquietudine innegabilmente traspare qua e là), ma perché questi strani oggetti si presentano a me come una raffigurazione inconscia che le opere originali emettono di sé stesse, quasi partorendo nottetempo un doppio; la proiezione vagamente funeraria della loro ombra.

È come se questi piccoli mondi si fossero spogliati delle preoccupazioni estetiche giovanili — seppure la mia estetica anche allora non fosse troppo votata alla bella confezione, ma sicuramente ero più propenso a incarnare svariati cliché — e anche del contesto che le ha scaturite, raggiungendo uno status più radicale, più astratto. Una rarefazione.


Produttore, direttore artistico, autore: nel tempo hai indossato molti ruoli. Quando sei tornato su questi brani, quale parte di te ha avuto la voce più forte in studio?

Nessuna. Mi sono voluto fin da subito spettatore di questo processo.

Nell’arco di tempo che ho dedicato a me stesso come cantautore sono tornato spesso sui miei passi: ho prodotto diverse volte il medesimo materiale dando alla luce demo già molto strutturati negli anni d’oro prima di arrivare alla stesura definitiva del mio disco d’esordio. Anche relativamente di recente ho sperimentato vari approcci sul mio contenuto personale.

In sostanza non avevo nessuna voglia di rimasticare ancora una volta i miei stessi input: non era quello il momento né la luce che guidava il mio gesto. Lavorando come produttore artistico sono continuamente a contatto con la mia ricerca stilistica, con il mio serbatoio di soluzioni. Metterle al servizio di materiali provenienti dal passato non era lo stimolo che cercavo.

Ecco perché ho affidato la creazione del plancton di partenza — tutte le tracce di chitarra di “Purgatorio” — a Fabio Casali, chitarrista e mio punto di riferimento giovanile per l’apprendimento dello strumento e non solo. Avevo un netto bisogno di sentire il pensiero altrui al lavoro sulle mie creazioni.

Perfino cantare questi capitoli della mia produzione non è stato facile né piacevole. È stato faticoso e ingrato. Un Purgatorio. Non a caso la mia voce in questa pubblicazione è sempre over-processata, annegata in trattamenti sonori invasivi.

Penso che l’album sia in fondo proprio questo: guardarmi da una prospettiva laterale.


La scelta del MiniDV per il videoclip di “A.A.A. Adrenalina” è una scelta precisa, fisica. Cosa ti dà un supporto così “imperfetto” che il digitale non ti può dare?

Parafrasando David Lynch, quel supporto mi restituisce un’immagine forse più vicina alla modalità che il cervello — o l’inconscio, o la memoria — hanno di guardare il mondo, rispetto all’algida e iper-dettagliata alta definizione.

Forse c’è un lato generazionale in questo: la grana del digitale leggero mi riporta tra anni Novanta e Duemila, quando usavamo quella tecnologia in quanto dominante e forse unica disponibile.

Ma credo davvero che l’anima di quel layout, le sensazioni evocate da quella visione, riconducano a qualcosa di più intimo, primitivo, disadorno, privato. Esagero: spirituale. Ha un carisma suo che entra in risonanza con la mia sensibilità.

I videoclip di “Purgatorio” sono una parte fondamentale dell’opera. Voglio ringraziare Andrea Parolo, che mi ha seguito nelle mie suggestioni molto libere e che con “A.A.A. Adrenalina” ha avuto l’umiltà di affiancarmi nonostante fossi io a girare, facendomi da aiutante con grande elasticità e intelligenza emotiva.

Voglio ringraziare anche Eleonora Boscherini, che si è ritrovata ad essere la mia musa ispiratrice per due video importanti di questo progetto, “Tutte e te” e la stessa “A.A.A. Adrenalina”.

Cito anche Nicolò Gorza, altro grande colpo di fulmine artistico che ha ripagato la mia fiducia con una prova incredibile.