Nato al pianoforte, di getto, il pezzo segna una tappa importante nel suo percorso: non solo musicale, ma umano. Tra memoria, consapevolezza e riferimenti alla grande canzone d’autore italiana, Nicholas ci accompagna dentro la genesi emotiva del brano.
Intervista
Dici che è il primo brano in cui hai scelto di raccontarti davvero. Cosa ti ha fermato prima? E cosa ha fatto scattare qualcosa quella sera di novembre?
In realtà nulla. Penso che nella musica, come nella vita, le cose vengano da sé. Quando ho scritto Angeli e Peccatrici mi sono messo al piano e mi è uscito tutto di getto, io ero solo il tramite tra il pianoforte e le parole. Negli ultimi anni sto facendo un lavoro su me stesso, cercando di guardarmi dentro, capirmi e volermi bene, cose che secondo me si fanno troppo poco. Penso che soprattutto questo mi abbia portato a scrivere il brano.
L’immagine del padre che ti spinge sull’altalena apre il brano. È un ricordo vero o una metafora? Come lavori sulle immagini quando scrivi, le cerchi o arrivano da sole?
È un ricordo vero. È la prima frase che ho scritto, mi è uscita in modo spontaneo dopo che ho iniziato a pensare a me stesso. Il fatto di inserire tante immagini nelle mie canzoni è una cosa che cerco di fare spesso perché penso che sia il modo migliore per far capire a chi mi ascolta quello a cui penso quando scrivo e soprattutto per permettere a chi mi ascolta di immedesimarsi nel miglior modo possibile in un brano. Il ricordo dell’altalena è un bel ricordo che ho, mi mette di buon umore ripensarci, e mi permette — essendo la prima frase della canzone — di cantarla sempre con la giusta profondità che questo brano richiede.
“Non siamo mai felici / Non lo saremo mai” suona come una resa, ma il brano non è cupo. Come hai tenuto insieme onestà e speranza nella scrittura?
Esatto, il brano non è cupo e la frase “Non siamo mai felici / Non lo saremo mai” non deve essere interpretata come tale. Quella parte della canzone la dedico ai miei amici, a tutti i discorsi fatti a tarda notte a chiederci se siamo davvero felici e a cercare sempre nuovi stimoli. La canzone per me è un insieme di ricordi e di persone e io con i miei amici più stretti mi ritrovo spesso a interrogarmi e confrontarmi su temi legati all’esistenza o alla felicità. È una frase onesta che racconta di un momento che tante persone hanno vissuto, in cui è facile ritrovarsi. Più che essere una frase “cupa” o “felice” la definirei come una frase di speranza, di continua ricerca del meglio per se stessi.
Hai citato Mia Martini, Dalla, Battisti come riferimenti. Cosa hai preso da loro che senti ancora vivo nel modo in cui scrivi oggi?
Per me Mia Martini, Dalla e Battisti sono i mostri sacri della musica italiana e non solo. Per me sono musica fatta a persona. Proprio per questo spero di aver preso da loro anche solo la metà dell’urgenza che avevano di cantare e di scrivere. Mia Martini in particolare ogni volta che la ascolto mi fa capire che ci sono persone nate per fare musica, e lei è sicuramente una di queste.


