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È tornata dopo un periodo di silenzio discografico che ha lasciato spazio ad attese: Fast Food segna il nuovo capitolo del percorso di Lamine, un disco che non ha l’urgenza di spiegarsi subito, ma che invita a un ascolto attento, progressivo, quasi paziente. Lontano dalle dinamiche del rilascio continuo e dalla sovraesposizione, il lavoro si presenta come il risultato di un tempo lungo, sedimentato, in cui la scrittura sembra aver trovato una direzione più netta e consapevole.

Il titolo, volutamente ambiguo, suggerisce un cortocircuito tra velocità e bisogno di profondità, tra consumo rapido e necessità di fermarsi. Una tensione che attraversa l’intero disco e che si riflette sia nei testi sia nelle scelte sonore. Le canzoni non cercano l’impatto immediato, ma costruiscono un discorso coerente, lasciando emergere una voce che preferisce l’osservazione alla dichiarazione, il dettaglio al manifesto.

Dal punto di vista musicale, Fast Food mantiene una riconoscibilità precisa, ma evita l’autocitazione. Gli arrangiamenti sono essenziali, misurati, pensati per accompagnare la parola senza sovrastarla. La produzione lavora per sottrazione, creando spazi che permettono ai brani di respirare e alla voce di muoversi con naturalezza, senza forzature. È un equilibrio che non nasce per caso, ma sembra il frutto di un processo di selezione accurato, in cui ogni elemento trova il proprio posto.

 

Anche la scrittura conferma questa impressione. I testi si muovono tra immagini quotidiane e riflessioni più ampie, evitando spiegazioni didascaliche e lasciando che siano le canzoni a suggerire un senso, più che a imporlo. Lamine racconta senza alzare la voce, mantenendo una distanza che non è freddezza, ma lucidità. È una postura che rende il disco aperto, disponibile a letture diverse, e che rafforza il rapporto con chi ascolta. Ecco la nostra intervista con Lamine.

Parli di Fast Food come di una strategia di attraversamento in un sistema che consuma. Come vedi il ruolo della musica in questo contesto? 

La musica è a pezzi. Da un po’. Anche gli artisti e credo anche quelli inseriti in contesti più grandi. La velocità in cui serve produrla, e di conseguenza ascoltarla…sta frammentando sia i processi creativi (in 6 per scrivere una canzone) sia i processi di fruizione. 

Il Fast Food è un po’ anche questo. Allora dichiariamolo. Facciamo a pezzi le canzoni o le canzoni con i pezzi. Usiamo lo stesso linguaggio che ci sta togliendo le parole, 

per riprendercele. 

 

L’album parla di usare tutto ciò che si incontra, anche ciò che non è puro. Quanto questo approccio riflette la tua filosofia artistica?

Zero. Io ho sempre avuto l’approccio contrario, più purista, ma se non serve a dire quello che penso e a difendere un’idea, allora la purezza rimane nel messaggio e non nel mezzo. 

 

La resistenza è un tema ricorrente, da Tritacarne a Iononhoundio. Come definisci la resistenza nella tua musica? 

Inevitabile. Io amo scrivere. Resisto perché non potrei vivere senza. Non perché sono forte. 

 

L’album alterna poesia e durezza. Come decidi quando spingere sull’emotività e quando sulla forza espressiva? 

Non decido in realtà. Avevo bisogno di dire delle cose e le ho dette. E sono contenta che ti arrivi questo. Forse sono brava ad aprire il rubinetto. Quello viene fuori lo osservo, lo registro, non lo manipolo più di tanto. 

 

La città di Roma diventa un organismo nel disco. Quanto il contesto urbano influenza la tua scrittura? 

Non ci ho mai riflettuto. È una bella domanda. Abbastanza direi. La tangenziale di Roma o i vicoli di Genova sono diventate simboli di inizi o fini. Le città hanno un ritmo, un respiro come le canzoni.

 

In Tu spezzi le ali agli angeli la mattina emerge rabbia e difesa della poesia. Quanto è stato liberatorio lavorare su un brano così diretto? 

 

Ahh è stato super liberatorio. Quello è il primo pezzo che ho scritto ed è l’ultima traccia dell’album. Il testo è un pochino al limite. Ero indecisa sul tenerlo poi ho pensato avesse senso non fare troppi giri di parola o non nascondersi. 

 

La spiritualità laica di Iononhoundio si confronta con fragilità e bisogno di essere visti. Quanto questo elemento è presente in tutto l’album? 

 

Grazie per la domanda. Provo a spiegarmi. 

Più che un bisogno, l’album parla di un diritto… di essere visti.

Questo pezzo in particolare parla di dipendenze affettive, solitudine, fatica invisibile, resistenza. È un pezzo che non voglio cantare;)

 

Se dovessi definire Fast Food in tre parole, quali sceglieresti e perché? 

Rabbia, morte e rinascita. 

Perché ero incazzata nera quando ho iniziato a scriverlo e credo di essere quasi crollata. Poi ho deciso di andare avanti. Il disco alla fine trova la sua pace. Mi sono ripresa. 

Ha vinto la musica. Come sempre.